Dolce è la vita – 14.05.04
venerdì 14 maggio 2004, 20:56
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Life is Sweet

di Mike Leigh
con Alison Steadman, Jim Broadbent, Claire Skinner, Stephen Rea, Jane Horrocks, Timothy Spall
GB 1990 102′

Un altro lucido, impietoso, caustico ritratto della classe lavoratrice inglese da parte dell’ingegnoso e irriverente Leigh: gli affettuosi coniugi Wendy e Andy hanno due figlie sessualmente incontrollabili, amici dediti alle sbronze oppure buongustai che aprono ristoranti destinati al fallimento. Più che una storia, c’è una galleria di personaggi pittoreschi e irrequieti, non rassegnati al regime della signora Thatcher. Siamo nei paraggi di Ken Loach, ma più grottesco, più verboso, più divertente (o più sgradevole, secondo i gusti). La Steadman è la moglie del regista. Molti premi alle attrici in Italia, Svizzera, USA.

Il Morandini 2004



Nuvole in viaggio – 30.04.04
venerdì 30 aprile 2004, 20:55
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Kauas pilvet karkaavat

di Aki Kaurismäki
con Kati Outinen, Kari Väänänen, Elina Salo, Sakari Kuosmanen, Markku Peltola
Finlandia-Germ.-Francia 1996 96’

Con “Kauas Pilvet Karkaavat” (Le nuvole se ne vanno lontano, verso d’una canzone sentimentale), Kaurismaki ha fatto un film bello, asciutto, semplice e denso, benissimo recitato da Kati Outinen e Kari Vaananen, sullo stesso tema di “The Van-Due sulla strada” di Frears e d’altri film del festival: la disoccupazione, problema cruciale di fine secolo e minaccia totale del Duemila, smentita di un altro valore delle nostre società, quello del lavoro, il più essenziale perché legato alla sopravvivenza fisica oltre che all’identità. La musica elegante e dolce suonata da un pianista nero in smoking (è il cognato del regista, vive con la sorella di lui in Svizzera) introduce la vicenda di una coppia, lui conduttore di tram, lei direttrice di sala nel ristorante “Dubrovnik”, comuni consumisti che stanno ancora pagando a rate il televisore, il divano e la libreria, coniugi laconici che si parlano poco. L’azienda tranviaria riduce le linee, il ristorante chiude, si trovano di colpo tutt’e due senza lavoro e senza salario, non sono più giovani, cominciano il percorso disperante della disoccupazione: i tentativi falliti di trovare un posto, il lavoro nero per un mascalzone che non paga, le sbronze di autoannullamento, le parole incrociate ai giardinetti, l’inutile ufficio di collocamento, le agenzie che vogliono soldi soltanto per dare nome e indirizzo d’un ipotetico datore di lavoro, le rate non pagate e il sequestro dei mobili, gli incontri tristi con altri disoccupati, la vendita dell’automobile, il riscatto dell’assicurazione sulla vita, il gioco d’azzardo rovinoso, le banche tirchie. Alla fine decidono tra mille difficoltà di darsi al commercio. Il ristorante “Il lavoro”, messo su con gli ex colleghi, è un successo. La conclusione è ottimista, il finale lieto: “In Finlandia e nel mondo la disoccupazione e i suoi effetti soprattutto psicologici sono talmente spaventosi, che in questo momento un film sull’argomento non può avere altro obiettivo che informare di più e dare un po’ di speranza”, spiega il regista secondo il quale “non intervenire su una simile catastrofe per il cinema sarebbe una vergogna”. Kaurismaki dice di richiamarsi a Frank Capra e a Vittorio De Sica di “Ladri di biciclette”, ma è personalissimo il suo stile raffinato fatto di realismo stilizzato, luci teatrali, ellissi, essenzialità brechtiana: nella sua apparente semplicità il film va molto nel profondo, è straordinariamente toccante.

La Stampa (17/5/1996) Lietta Tornabuoni

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Posta celere – 16.04.04
venerdì 16 aprile 2004, 20:54
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Budbringeren

di Pal Sletaune
con Robert Skaerstad, Andrine Saetner, Per Egil Aske, Anne Linnestad
Norvegia 1997 83’

Postino di Oslo – fannullone, maligno, bugiardo, curioso come una biscia – s’introduce abusivamente nell’appartamento di una ragazza, la salva dal suicidio e si trova impigliato in un fatto criminoso. Tragicommedia in tinte nere, con forti venature di grottesco, che ha come tela di fondo una Oslo sordida e sciamannata e scarroccia tra un tono e l’altro con calcolato sarcasmo ironico. 1° premio della Semaine de la Critique di Cannes. Opera prima.

Il Morandini 2004



Marius e Jeanette – 02.04.04
venerdì 02 aprile 2004, 01:00
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Marius et Jeannette: Un conte de l’Estaque

di Robert Guédiguian
con Ariane Ascaride, Gérard Meylan, , Pascale Roberts, Jacques Boudet
Francia 1997 102’

«Si tratta di non girare nulla che non nasca direttamente dal cuore», scriveva Jean Renoir nel ‘36 a proposito del fiammeggianate cinema del Fronte Popolare. I sapori, i cortili e la solidarietà di quegli anni la ritroviamo in Guédiguian. Aggiornati e resi attuali da un autore appartato, un Ken Loach mediterraneo che dal 1980 a oggi ha girato sette piccoli film. Scegliendo di essere un marginale, di raccontare piccole storie del suo quartiere e di lavorare con gli amici d’infanzia, perché Marsiglia è il suo linguaggio. La vita quotidiana dell’Estaque è la vera protagonista del film e i personaggi sono persone reali. Il cortile su cui si affaccia la casa di Jeannette diviene il fulcro drammaturgico dell’azione: è lì che la vita scorre fra discussioni politico-esistenziali. I vicini di casa intervengono anche per rimettere insieme Marius e Jeannette, perché: «Non è il destino di nessuno essere infelice». Nemmeno di questi quarantenni cui è capitato di tutto e ogni progetto pare precluso. Eppure strappano l’amore con i denti. Lei terribilmente rassegnata: «Mi sembrava che il freddo entrasse dentro i sogni», dopo aver visto morire il padre al cementificio e aver perso l’uomo sotto un’impalcatura. Lui che pur di lavorare si finge zoppo e rimpiange moglie e figli morti in un incidente. Partendo da questa plumbea base il film avrebbe potuto precipitarci in un dramma (fuori tempo) da socialismo reale. Invece il “clima” è lieve e gioioso, si ride spesso e si rimane sedotti dalla voglia di vivere e dalla dignità che accompagna gli abitanti dell’Estaque. Abbiamo ritrovato anche echi dell’occhio pasoliniano nello sguardo di questo regista, franco narratore di storie comuni, di vite di quotidianità faticosa e precaria. Per intenderci, siamo agli antipodi di “Ovosodo”. Quella era un’operazione scaltra, studiata a tavolino, con il quartiere riempito di simpatici e innocui bozzetti e un bella patina di malinconia a ricoprire il tutto. Questa miscela disincanto e romanticismo, con una sceneggiatura (scritta dallo stesso Robert Guédiguian in collaborazione con Jean-Louis Milesi) che sta a metà strada fra una canzone di Jannacci e un saggio di sociologia. Senza prendersi mai troppo sul serio. “Come dice Céline: non ho più nessuna musica nel cuore per far danzare la vita” – annuncia ispirato l’ntelletuale del gruppo. “Céline chi? Mia cognata?” gli risponde il ruvido proletario.

Duel (1/3/1998) Massimo Rota



Spider – 19.03.04
venerdì 19 marzo 2004, 20:51
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di David Cronenberg
con Ralph Fiennes, Miranda Richardson, Gabriel Byrne, Lynn Redgrave, John Neville, Gary Reineke
Canada-Francia-GB 2002 98’

C’è una vecchia cisterna del gas che incombe sul paesaggio della Londra industriale e squallida che accoglie Spider all’uscita del manicomio: una città affogata in strade e stanze antiquate, con la tappezzeria lise e una patina grigiastra e polverose che ricopre ogni cosa. L’ultimo film di David Cronenberg avrebbe potuto essere girato in bianco e nero, e l’autore e lo scenografo Andrew Sanders hanno raccontato di aver sottratto gamme cromatiche alla pellicola, per ricreare un’atmosfera astratta e la monotonia desolata che caratterizzava certi reportage londinesi del dopoguerra. Spider, il protagonista, vive infatti fuori dal tempo reale, o meglio vive in un tempo tutto suo, dove passato e presente, vero e falso, quello che lui crede sia successo e quello che invece si è davvero verificato, si sovrappongono incessantemente. Spider è schizofrenico e la sua vita fuori dalla casa di cura spazia in un disordine indefinito. Spider cerca le immagini giuste, il bendalo della matassa che gli si è tessuta intorno come una tela ,la faccia di sua madre nei volti di tutte le donne che incontra. Cerca la sessualità e il calore di sua madre: Kafka incontra Freud (ma anche i paradossi crudeli di Beckett e Pinter) in un sobborgo di Londra. E su tutto aleggia un gran puzzo di gas. Sarebbe stato impossibile trovare un regista più adatto di Cronenberg per raccontare il solitario viaggio nell’incubo di Spider, per riuscire a rendere gli impercettibili confini tra i suoi mondi, per fargli rivivere da spettatore quello che ha già vissuto da bambino (o forse no). Il regista canadese è un maestro nella materializzazione di un’atmosfera che si fa racconto, sperdimento interiore, e nella frantumazione concentrica dei punti di vista, tanto da affogarci nella stessa incertezza di prospettiva del protagonista, nella sua memoria e nella sua coscienza frantumate. “Spider” è un film di “percezione” più che di “narrazione”, non un plot ma una trama che pare modellata da Escher. Sentire quello che Spider borbotta, intuire quello che scarabocchia, annusare l’aria che lui annusa. Nulla ha senso se non l’odore di gas, la mamma, un’infanzia devastata.

Film TV (3/12/2002) Emanuela Martini

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Elling – 05.03.04
venerdì 05 marzo 2004, 19:35
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di Petter Naess con Per Christian Ellefsen, Sven Nordin, Peter Christensen, Jorgen Langhelle, Marit Pia Jacobsen Elling Norvegia 2001 90’ Una commedia norvegese comica e seria per prendere un po´ in giro l´impeccabile servizio social-sanitario del Paese, per raccontare due personaggi maschili in modo che gli spettatori ridano ma che li considerino anche con affetto. «Elling» è il nome di uno di loro: «Sono sempre stato un cocco di mamma. Sempre noi due insieme, per quarant´anni. Nessuno veniva a trovarci». Alla morte della madre il trauma di Elling è forte. Finisce in una casa di cura per «persone che sono in uno stato di particolare confusione», nella stessa stanza con un grosso giovanotto mangione, sessuomane, vergine. Dopo qualche tempo lo Stato si sostituisce alla madre, assegna ai due un bell´appartamento, un po´ di soldi e un assistente sociale perchè «tentino un ritorno alla realtà», dimostrino di poter vivere da soli in modo normale. Ma per i due, e soprattutto per Elling che è il più bisbetico, nulla è normale. Li sbalordisce il telefono: «Non è naturale parlare in un affare di plastica con qualcuno che neppure vedi». Li sconcerta dover uscire di casa: «Che senso ha avere un appartamento se poi bisogna uscirne in continuazione?». Li urtano la sollecitudine dell´assistente sociale, la necessità di orinare accanto a uno sconosciuto nel gabinetto d´un ristorante, l´alto costo delle telefonate erotiche. (…) Tratto da un testo teatrale ricavato da un romanzo di Ingvar Ambjornsen, il film aspira a mescolare buffe stravaganze della malattia e umana simpatia dei personaggi. È la solita aspirazione del cinema, la stessa di «Forrest Gump», «L´uomo della pioggia» o «Qualcuno volò sul nido del cuculo»: in «Elling» assoluta assenza di volgarità, leggerezza, affettuosità, delicatezza, divertimento e la gran bravura di Per Christian Ellefsen, rendono l´aspirazione del tutto raggiunta. La Stampa (23/11/2002) Lietta Tornabuoni

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