Tutti al mare – venerdì 8 marzo 2013 ore 20.30
sabato 23 febbraio 2013, 16:58
Filed under: Cinemapiù 30,Video

Italia   2011   95′
di Matteo Cerami
con Anna Bonaiuto, Elio Germano, Libero De Rienzo, Ambra Angiolini, Ninetto Davoli, Ennio Fantastichini, Francesco Montanari, Gigi Proietti, Ilaria Occhini, Vincenzo Cerami

Comicità, amarezza, poesia, sotto un velo, neanche tanto sottile, di spietata critica della realtà. Bentornata commedia all’italiana, con le tue figurine bieche e umanissime, le tue storie piccole piccole, la tua ferocia. Il miracolo l’ha compiuto Vincenzo Cerami, complice il figlio regista Matteo e il produttore Gianfranco Piccioli, ripescando quel Casotto di Sergio Citti che nel 1977 raccontava un’epoca, partendo dallo spogliatoio di una spiaggia libera di Ostia. Tutti al mare non è un rifacimento, men che meno un sequel, si ispira a tono e ad atmosfera, con la stessa crudele allegria parte da una battigia sul mare per mettere in scena un altro presente, il nostro.

Maurizio (Marco Giallini) è un chioscarolo, e ogni giorno ne vede passare tanti, gli avventori vanno e vengono, un bestiario in mutande e maglietta che appare la mattina per scomparire nelle luci della notte. Una commedia corale dove non succede quasi nulla, ma che non smetteresti più di vedere. Merito, in parte, di un cast azzeccatissimo, tenuto insieme da Capitan Giallini, interpretazione toccante e trascinante la sua. Dal cognato Gigi Proietti, esilarante, alla madre Ilaria Occhini, intensa, figurine bieche e umanissime come tutti i passeggeri, italiani e stranieri, di questo barcone che fa crepe da tutte le parti. Merito di una sceneggiatura scritta con garbo, con una grazia che sembra d’altri tempi, un’attenzione che poco ricorda le tante commedie italiane d’oggi. Cerami scalpella la carne mezza nuda di questa nostra Italietta, e intanto si ride, e il riso lascia spazio alla malinconia, l’amarezza a un senso di tragicità incombente. Poi si ride ancora, un cavallo bianco attraversa correndo il chiosco, qualcuno si spoglia, qualcun altro muore. Un barcone di immigrati raggiunge la spiaggia, l’acqua è sempre più vicina, la sensazione di trovarti di fronte a qualcosa che non vedevi al cinema da tempo ti accompagna sino al finale. Sospeso, come uno sguardo, l’ultimo, disorientato e sfuggente.
Cristina Borsatti, FilmTV

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Festa laboratori
giovedì 14 febbraio 2013, 20:57
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Canicola – venerdì 22 febbraio 2013 ore 20.30
sabato 09 febbraio 2013, 13:55
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Hundstage   Austria   2001   120′
di Ulrich Seidl
Con Maria Hofstatter, Alfred Mrva, Erich Finsches, Gerti Lehner

L’Austria infelix di Canicola, opera prima sgradevole e preziosa, disturbante e non mite, è un universo in cui le “figure” hanno la pesantezza di corpi sfatti, appendici informi, molli, rugose di una mente e di psicologie straziate da qualche sordo dolore o da qualche disfunzione e il “paesaggio” è un vuoto riempito da luoghi di transito come le superstrade, le villette a schiera, gli ipermercati, i posteggi, i peep-show, i locali per scambisti. Il cinema che non riesce più a idealizzare il mondo né a descriverne la pienezza e la complessità lo sceglie come set da allestire, come un deserto di cemento con macchie di verde (le miniature di giardini) e d’acqua (le piscine e i laghetti artificiali).
Un’impalcatura con un arredo minimo. Una serie di quadri in cui individui-monadi, solitari o aggrovigliati in amplessi statici e crudeli, si fanno guardare dal regista. Ulrich Seidl è un documentarista e il suo sguardo è abituato a sezionare, ad afferrare, a registrare, ad aggredire l’illusione del vero e del verosimile. Scelti dei luoghi di passaggio li ha schiacciati sotto un cielo basso, bianco, afoso, quasi uno schermo perpendicolare al simulacro di sei bozzoli di vita: un anziano ingegnere vedovo e la sua anziana governante, un’autostoppista disturbata e logorroica, una maestra e il suo laido amante, un rappresentante di sistemi d’allarme che teme di perdere i propri clienti, una coppia separata in casa, una ragazza e il suo fidanzato geloso e violento. Alcuni dei personaggi delle sei microstorie che sfilano una accanto all’altra e dentro le inquadrature richiamano nei dialoghi, nelle piccole manie quotidiane (l’ordine anale nella dispensa dell’ingegnere abituato a pesare i prodotti che compra al supermercato o le liste e le classifiche con le quali l’autostoppista travolge gli automobilisti che le offrono un passaggio) l’estetica di un cinema-catalogo, di un cinema-affresco alla Hieronymus Bosch del mondo. Non stupisce, allora, che il regista abbia girato ottanta ore di materiale (come e perché chiudere una scena o dare stop se l’idea di rappresentazione si è logorata?) e abbia costruito il film con un montaggio molto laborioso. Minimalismo né impudico né compiaciuto, su un’umanità tenuta sotto scacco. Ogni mossa, ogni tentativo di conversazione, ogni gesto, ogni pugno e ogni carezza sono inutili: la partita, comunque, è persa. I disperati rapporti di forza (teorizzati da Fassbinder) non riguardano più l’amore, ma il disamore, non più il sesso, ma la carne anonima. La paura non mangia più l’anima, becchetta il corpo.
Enrico Magrelli

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