Shining – 11.04.2008
venerdì 28 marzo 2008, 21:40
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The Shining   USA-GB   1980   115’
di: Stanley Kubrick
con: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Philip Stone, Joe Turkel

Dal romanzo (1977) di Stephen King: sotto l’influenza malefica dell’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose dove s’è installato come guardiano d’inverno con moglie e figlio, Jack Torrence sprofonda in una progressiva schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte i suoi cari. Più che un film dell’orrore e del terrore, è un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo “2001: odissea nello spazio” e “Arancia meccanica”, la filosofia di S. Kubrick. L’aneddotica di S. King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell’Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo è al servizio di un discorso sul mondo, sulla società e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l’utopia riaffermando che le radici del male sono nell’uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilità di una riconciliazione futura, attraverso il bambino e il suo shining (luccicanza) e quella di una nuova e diversa concordia.
Il Morandini 2005

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Lost in translation – 28.03.2008
martedì 18 marzo 2008, 21:40
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USA-Giap.   2003   102’
di: Sofia Coppola
con: Bill Murray, Scarlett Johansson, Akiko Takeshita, Catherine Lambert, Giovanni Ribisi
“Lost in translation” di Sofia Coppola è un valzer platonico e adolescente tra un uomo di cinquant’anni, attore di successo, e una ventenne appena laureata, di una anonima e conturbante bellezza. Si trovano a Tokyo, proprio nel tempio della modernità, lui per fare la pubblicità di un whisky, lei al seguito del giovane marito, sempre via per lavoro. Sono soli e circondati dall’imbecillità del talento tecnologico in un hotel d’avanguardia in cui tutto è il lusso inutile dell’elettronica più avanzata, della comodità superflua, dell’abolizione del libero arbitrio e omologazione dei piaceri e dei fastidi. È così che le tende delle camere s’abbassano, come un inchino orientale, appena il sole vi entra, impedendo altre esigenze che non siano il piacere dell’oscurità. È in questa “Playtime”, quarant’anni dopo, che la Coppola ripesca l’ingenuo e il giovanile, l’amore appena sognato e non dichiarato. E non a caso sceglie Bill Murray, un uomo con la faccia impunita di un bambino che non vuole crescere e Scarlet Johansonn, la cui bellezza non è fatale, né travolgente, ma semplice e immediata. Si incontrano nell’ascensore, si sorridono, poi di nuovo al bar alzano i bicchieri in segno di saluto, e poi ancora di notte in un piano bar deserto, unici insonni e straniati stranieri. La Coppola li segue con grazia e ritmi lenti, come se raccontasse l’amore al «tempo delle mele», l’innamoramento degli adolescenti, che procede per attimi, piccolissimi segnali, sguardi trattenuti e fatalmente contraccambiati, casuali sfioramenti e sorrisi fugati. Non ha fretta, perché non vuole arrivare da nessuna parte, ma solo rompere l’automatismo e il meccanico attraverso il gioco. Ora i due ballano intorno alle loro timidezze. Si sono trovati simpatici e iniziano a perlustrare la città come in un wendersiano “Viaggio a Tokyo”, ma di rincorse e karaoke, sale giochi e feste nottambule. E alla fine in hotel si trovano sdraiati castamente nel letto, uno a fianco all’altro, e i piedi quasi si accarezzano mentre vedono in tv “La dolce vita” di Fellini. Sono, anche se non se ne sono accorti, i protagonisti di un “Breve incontro” alla David Lean. Sono puro cinema, perché proiezione di un desiderio puro e adolescenziale, casto e platonico. Sono l’infanzia del cinema assediato dalla contemporaneità dell’automatismo e dell’omologazione. Ecco: ci sono film, e tutti quelli che amano il cinema ne hanno una lista segreta, che dicono cose, ma solo a noi, che raccontano storie, ma solo per noi, che parlano a tutti, ma sono «nostri». Strana e magica schizofrenia del cinema che, ormai sempre, vuole piacere a tutti ma che qualche volta, e sempre più di rado, si piega su se stesso, si fa «piccolo», pur affrontando temi grandi e da grandi, e arriva a toccare l’individuo, l’intimo, il biografico. Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia, per vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di avere amato un film che non si crede importante, ma solo privato. “Lost in translation” appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l’archetipo dell’infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l’amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo.
l’Unità, Dario Zonta

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Grand Hotel – 14.03.2008
sabato 01 marzo 2008, 12:32
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Grand Hotel   USA   1932   113’
di: Edmund Goulding
con: Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford, Lionel Barrymore, Lewis Stone, Wallace Berry
Gente che va, gente che viene in un grande albergo di Berlino dove sembra che non succeda mai niente. Succedono, invece, molte cose, comiche e drammatiche in intreccio fitto. Dal romanzo (1929) della viennese Vicki Baum una parata di star della M-G-M. Nel suo genere è un classico, sia pur leggermente appassito. I migliori della compagnia sono, forse, i due Barrymore. In un ruolo esiguo G. Garbo lascia il segno. Ebbe l’Oscar per il miglior film. Rifatto nel 1945 con la di di Robert Z. Leonard. Nella riedizione postbellica la voce di G. Garbo è di Anna Proclemer che sostituisce Tina Lattanzi, sua abituale doppiatrice negli anni ‘30.
Il Morandini 2005

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