Le vacanze di monsieur Hulot – 06.06.2008
venerdì 23 maggio 2008, 22:00
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Les vacances de Monsieur Hulot   Francia   1953   96’
di: Jacques Tati
con: Jacques Tati, Louis Perrault, Nathalie Pascaud, Michèle Rolla, Valentine Camax, René Lacourt

Monsieur Hulot va in vacanza su una spiaggia della Bretagna in una pensioncina familiare e gli capitano tante piccole disavventure. Finiscono le ferie, rimane la malinconia. È per molti il capolavoro di Tati di cui è il 2o lungometraggio. La sua comicità di osservazione (Hulot è un testimone più che un protagonista) trova qui, attraverso una serie di gag irresistibili, il culmine poetico in un bianconero sonoro e non parlato.
Il Morandini 2005

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Le conseguenze dell’amore – 23.05.2008
venerdì 09 maggio 2008, 21:55
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Italia   2004   100’
di: Paolo Sorrentino.
con: Adriano Giannini, Olivia Magnani, Toni Servillo, Raffaele Pisu, Angela Goodwin

Titta Di Girolamo (Toni Servillo) è un uomo solo; sofisticato, imperscrutabile e sfacciatamente arrogante. Costretto da molti anni a fare una vita di completa clausura in un albergo svizzero, tiene segreta a tutti la propria identità, il suo passato e la sua professione. Ma quando il suo incontenibile bisogno di amicizia e d’amore faranno scattare una scintilla, qualcosa dentro di lui si incrinerà per sempre e tutto d’un tratto le gigantesche insicurezze e le paure che da sempre affliggono profondamente il suo animo usciranno fuori con irruenza, conducendolo alla svolta della sua vita. E tutto nel giorno del suo cinquantesimo compleanno. Un noir d’alta classe che seduce lo spettatore con inquadrature che indugiano su sguardi timidi, furtivi e appassionati; con primi piani sulla sfrontatezza e l’alienata tenerezza delle espressioni del volto di Toni Servillo, il volto di un uomo cui è stato rubata la gioia di vivere e che meccanicamente vive una vita che non gli appartiene solo perché vittima di un ricatto. Un film, questo di Sorrentino, che riesce davvero a sorprendere, per l’efficacia delle immagini, per il claustrofobico e armonioso susseguirsi di piani sequenza con i quali il regista ci racconta la vita notturna di un uomo perennemente insonne che trova mille cose da fare pur di non soffermarsi a pensare alla sua condizione. E poi la voce fuori campo del protagonista che si racconta, e nei momenti di riflessione sembra voler raccontare e spiegare se stesso a se stesso, più che a noi… Una sceneggiatura fatta di poche ma essenziali battute. I dialoghi sono talvolta buffi e strafottenti ma sempre cinicamente eloquenti sullo stato d’animo in cui si trova il misterioso protagonista. Le musiche sono straordinariamente ritmate, a rimarcare i pochi istanti di movimento della vita lenta e noiosa del protagonista ma, fate attenzione, non vi è una colonna sonora finale che accompagna i titoli di coda. Forse perché lo straordinario regista de “Le conseguenze dell’amore” ha capito quanto la quiete sia importante, anzi irrinunciabile, per godere appieno di un’opera d’arte. Oppure semplicemente perché non c’è una colonna sonora in grado di colpire lo spettatore meglio della mancanza assoluta di suono. CineFile, Luciana Morelli

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Psycho – 09.05.2008
giovedì 24 aprile 2008, 21:52
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USA   1998   109’
di: Gus Van Sant
con: Vince Vaughn, Julianne Moore, Anne Heche, William H. Macy

Tornano gli orrori del Bates Motel. Tornano la paura senza nome di Marion Crane, massacrata nella doccia da una vecchia madre impazzita di gelosia, e la sorpresa agghiacciata del detective Arbogast che scivola all’indietro sulla scala mentre il coltello si protende sulla sua faccia. Su tutto, stride la musica di Bernard Herrmann, riarrangiata da Danny Elfman. operazione filologica in senso stretto, quella di Gus Van Sant: rifare “Psycho”, praticamente inquadratura per inquadratura, movimento di macchina per movimento di macchina; infatti la costruzione visiva degli effetti speciali terrificanti di Hitchcock (il montaggio spezzato della scena della doccia, lo zoom più carrello della caduta di Arbogast), per quanto realizzata elettronicamente nella nuova versione, è identica. Così, Anne Heche (sempre un po’ fastidiosamente prima della classe) e Vince Vaughn (bravo) mimano, vezzo per vezzo, le interpretazioni di Janet Leigh e Anthony Perkins. Quanto al colore, la scelta di Van Sant e del direttore della fotografia Chris Doyle è correttamente caduta sui toni anni ‘50, come “Caccia al ladro” o “Intrigo internazionale” di Hitchcock. Proprio perché identico al primo (tranne un paio di inserti e un accenno di masturbazione), “Psycho” è bello e pop.
Film TV, Emanuela Martini

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Piccoli affari sporchi – 24.04.2008
venerdì 11 aprile 2008, 21:50
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Dirty Pretty Things   GB   2002   98’
di: Stephen Frears
con: Chjwetel Eiofor, Audrey Tautou, Sergi López, Sophie Okonedo, Benedict Wong

Thriller, ma nel senso della spasmodica attesa che il mondo smetta di rotolare nello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si parte da un cuore trovato nello scarico del water di una camera d’albergo di Londra e si finisce con un trapianto di rene, sempre in un hotel. Scopre i grandi «affari sporchi» un giovane nigeriano, immigrato senza permesso di soggiorno, che fa il taxista e il portiere sfinendosi di fatica per mettere via i soldi. La ragazza di cui s’innamora, una turca (interpretata senza fronzoli dalla Tautou-Amelie) sta per decidere di vendere un rene in cambio del passaporto per lasciare definitivamente il paese. L’operazione, come le altre organizzata clandestinamente, è destinata a fallire. In un sottobosco di disperati extracomunitari e feroci mediatori, si corre sul filo dei minuti come in un giallo. Il merito di Frears, aiutato dalla fotografia tetra, ma non avara di colore di Chris Menges e da un cast incisivo, è segnalare l’assassino nell’insensata attività di profitto che ha mangiato l’anima. Avvincente e istruttivo. Brechtiano.
Il Giorno, Silvio Danese

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Shining – 11.04.2008
venerdì 28 marzo 2008, 21:40
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The Shining   USA-GB   1980   115’
di: Stanley Kubrick
con: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Philip Stone, Joe Turkel

Dal romanzo (1977) di Stephen King: sotto l’influenza malefica dell’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose dove s’è installato come guardiano d’inverno con moglie e figlio, Jack Torrence sprofonda in una progressiva schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte i suoi cari. Più che un film dell’orrore e del terrore, è un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo “2001: odissea nello spazio” e “Arancia meccanica”, la filosofia di S. Kubrick. L’aneddotica di S. King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell’Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo è al servizio di un discorso sul mondo, sulla società e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l’utopia riaffermando che le radici del male sono nell’uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilità di una riconciliazione futura, attraverso il bambino e il suo shining (luccicanza) e quella di una nuova e diversa concordia.
Il Morandini 2005

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Lost in translation – 28.03.2008
martedì 18 marzo 2008, 21:40
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USA-Giap.   2003   102’
di: Sofia Coppola
con: Bill Murray, Scarlett Johansson, Akiko Takeshita, Catherine Lambert, Giovanni Ribisi
“Lost in translation” di Sofia Coppola è un valzer platonico e adolescente tra un uomo di cinquant’anni, attore di successo, e una ventenne appena laureata, di una anonima e conturbante bellezza. Si trovano a Tokyo, proprio nel tempio della modernità, lui per fare la pubblicità di un whisky, lei al seguito del giovane marito, sempre via per lavoro. Sono soli e circondati dall’imbecillità del talento tecnologico in un hotel d’avanguardia in cui tutto è il lusso inutile dell’elettronica più avanzata, della comodità superflua, dell’abolizione del libero arbitrio e omologazione dei piaceri e dei fastidi. È così che le tende delle camere s’abbassano, come un inchino orientale, appena il sole vi entra, impedendo altre esigenze che non siano il piacere dell’oscurità. È in questa “Playtime”, quarant’anni dopo, che la Coppola ripesca l’ingenuo e il giovanile, l’amore appena sognato e non dichiarato. E non a caso sceglie Bill Murray, un uomo con la faccia impunita di un bambino che non vuole crescere e Scarlet Johansonn, la cui bellezza non è fatale, né travolgente, ma semplice e immediata. Si incontrano nell’ascensore, si sorridono, poi di nuovo al bar alzano i bicchieri in segno di saluto, e poi ancora di notte in un piano bar deserto, unici insonni e straniati stranieri. La Coppola li segue con grazia e ritmi lenti, come se raccontasse l’amore al «tempo delle mele», l’innamoramento degli adolescenti, che procede per attimi, piccolissimi segnali, sguardi trattenuti e fatalmente contraccambiati, casuali sfioramenti e sorrisi fugati. Non ha fretta, perché non vuole arrivare da nessuna parte, ma solo rompere l’automatismo e il meccanico attraverso il gioco. Ora i due ballano intorno alle loro timidezze. Si sono trovati simpatici e iniziano a perlustrare la città come in un wendersiano “Viaggio a Tokyo”, ma di rincorse e karaoke, sale giochi e feste nottambule. E alla fine in hotel si trovano sdraiati castamente nel letto, uno a fianco all’altro, e i piedi quasi si accarezzano mentre vedono in tv “La dolce vita” di Fellini. Sono, anche se non se ne sono accorti, i protagonisti di un “Breve incontro” alla David Lean. Sono puro cinema, perché proiezione di un desiderio puro e adolescenziale, casto e platonico. Sono l’infanzia del cinema assediato dalla contemporaneità dell’automatismo e dell’omologazione. Ecco: ci sono film, e tutti quelli che amano il cinema ne hanno una lista segreta, che dicono cose, ma solo a noi, che raccontano storie, ma solo per noi, che parlano a tutti, ma sono «nostri». Strana e magica schizofrenia del cinema che, ormai sempre, vuole piacere a tutti ma che qualche volta, e sempre più di rado, si piega su se stesso, si fa «piccolo», pur affrontando temi grandi e da grandi, e arriva a toccare l’individuo, l’intimo, il biografico. Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia, per vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di avere amato un film che non si crede importante, ma solo privato. “Lost in translation” appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l’archetipo dell’infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l’amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo.
l’Unità, Dario Zonta

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