Luna Papa – 08.05.2009 ore 20.30
venerdì 01 Maggio 2009, 00:30
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Luna Papa   Germania-Russia   106′
di Bakhtiyar Khudojnazarov
con Moritz Bleibtreu, Chulpan Khamatova, Ato Mukhamedshanov
Ci sono film che soffrono il peso di eredità più grandi di loro, e altri che riescono a sbarazzarsi di sospette parentele in modo quasi irritante. E’ possibile che un’idiozia come The Blair Witch Project possa impunemente citare, perfino nei dialoghi, Deliverance (Un Tranquillo Week-end Di Paura) – del quale sembra la copia realizzata da un videoamatore avvezzo ai filmini di matrimonio – senza che nessun critico insorga, mentre Luna Papa debba essere continuamente liquidato come “kusturiciano”? Per rispondere alle domande banali è meglio partire da vicinissimo o da lontano, come insegna Kurt Vonnegut. Nel nostro caso, meglio iniziare dallo strato più esterno della cipolla. Abbiate pazienza. Verso metà recensione, smetteremo di parlare di critica e inizieremo a parlare di cinema. Meglio tardi che mai, se siete fan di “Ciak”.

 httpv://www.youtube.com/watch?v=E2o4rvVUD_o

Provate voi ad imitare Mike Tyson.
E’ un demerito che Luna Papa di Bakhtiar Khudujnazarov ricordi gli ultimi film di Kusturica, e specialmente Gatto Nero, Gatto Bianco (se avete tempo, cliccate questo link, che la recensione è mia e non è affatto male)? A parte il fatto che bisognerebbe dare medaglie d’onore a certi atti di incoscienza (“Ho appena iniziato a scrivere un romanzo. E’ una rilettura moderna di Alla ricerca del tempo perduto”), bollare Luna Papa come semplicemente kusturiciano significa dimenticarsi un bel po’ di cose. Intanto, che lo stesso Kusturica ha ampi debiti verso, citando a casaccio, Magritte e Fellini, l’arte popolare e la musica punk, Jean Vigo e il realismo magico, Ivo Andric e Garcia Marquez, Abdhullah Sidran ed il circo, Alejandro Jodorowski e tutti i sogni che vi passano per la testa ogni notte, anche se non ve li ricordate. In secondo luogo, c’è molto altro in Luna Papa, anche a livello cinematografico: ci sono, solo per iniziare, Sergej Paradjanov e molto cinema sovietico, ad esempio. Insomma: non è falso che Luna Papa sia un film pieno di cose, ricordi, citazioni – anche di Kusturica. Ma provate voi ad imitare Mike Tyson, o Jimi Hendrix.

Segreti e bugie
Resta invece, e siamo al secondo strato della cipolla, qualcosa di più meschino da analizzare. Si tratta del modo in cui quel grande e geniale figlio di buona donna di Kusturica (e lo dico con tutto l’amore che può avere per lui uno che gli ha dedicato quasi cinquecento pagine di tesi di laurea, analizzando allo spasimo ogni movimento di macchina di ogni sua sequenza) ha fregato Luna Papa. Dopo aver buttato fuori dal concorso di Venezia, da concorrente, La Polveriera di Goran Paskalijevic, ha reagito all’offerta di essere presidente della giuria di Venezia 1999 bofonchiando: “Ne sono molto lieto, visto che sarà in concorso un film che amo molto, Luna Papa del mio amico Bakhtiar Khudujnazarov”. Imbarazzante incidente diplomatico che ha costretto i selezionatori a esiliare Luna Papa in una sezione parallela del Festival e a fargli perdere la possibilità di aspirare ad un Leone d’Oro che i soliti ben informati davano come più che probabile. Ma vedendo Luna Papa appare evidente un altro motivo, oltre alla somiglianza con alcuni suoi film, che può aver stimolato in Kusturica amore tanto sospetto e dagli esiti tanto disastrosi. Luna Papa è prodotto da Karl Baumgartner della Pandora. Lo stesso che ha prodotto Underground e Gatto Nero, Gatto Bianco. Me lo vedo Kusturica che dà un morso al sigaro, sputa e s’incazza. Chiedetelo al suo musicista, Goran Bregovic, quanto è geloso di certe cose. Specialmente se mentre lui si prostituisce in faccende come la pubblicità dei quaranta ladroni (anche qui, me lo immagino che pensa “Che sarà mai, anche Fellini ha fatto la pubblicità…” contando i bigliettoni), la Pandora trova uno che non è affatto male nel fare le stesse cose che fa lui. Tenendo conto che fino a qualche tempo fa Emir era solito girare con una pistola sotto la giacca di pelle, forse a Bakhtiar gli è andata bene. Come si dice, se hai uno come Kusturica come amico, non ti servono nemici.

Del far cadere animali dal cielo
Ok. Ce l’avete quasi fatta a passare gli strati della maledicenza e del pettegolezzo. Siamo quasi pronti per parlare di cinema. Cercate di far arrivare ossigeno al cervello. Ce ne vuole molto per guardare Luna Papa. Ci vuole fiato e resistenza. Perché il film è pieno di cose, di idee di regia e di scrittura, proprio come un film di Kusturica (lo ammetto, questo l’ho scritto apposta per provocarvi). Ma è anche veloce come può esserlo il cinema di uno nato, come Khudujnazarov, nel 1965. E’ veloce nel montaggio quanto nei movimenti interni alle inquadrature, sempre agitate da qualcosa, sempre percorse da qualcosa – cavalli, aerei, carri armati, chiatte, pecore in volo, sidecar, ambulanze, macchine della polizia, tetti di case. Luna Papa è probabilmente un film da record nella categoria maggior numero di entrate ed uscite di campo. Si tratta di una agitazione che corrisponde perfettamente alla vitalità, al moto inesausto dei sentimenti dei suoi protagonisti. In perenne corsa e sempre pronti a reagire, febbrili e folli. Nel costruire il suo universo immaginario (il villaggio in cui è ambientato il film è stato totalmente realizzato dall’eccellente scenografo del film), Khudujnazarov procede per accumuli e flash, in modo eccessivo ma, alla fine, coerente. Tanto che, quando un toro piove dal cielo sulla testa di due personaggi uccidendoli, la cosa non ci pare solo accettabile, ma anche logica. E’ un risultato non male in un’arte come il cinema, che, come tutti sanno, ha molto a che vedere con il far attraversare delle inquadrature a degli animali (se non ci credete, provate a rivedervi Fiume Rosso di Howard Hawks). Per innalzare una pietra di paragone, il massimo cui è giunto il cinema italiano in questo settore è dato dal volo di un botolo dalla finestra di un ospedale nel peraltro non spregevole Il Grande Cocomero della Archibugi. Detto per inciso, il botolo non muore nemmeno, cosa che permette anche di realizzare una delle sintesi più azzeccate di quel film che mi sia stato dato di udire: è un film in cui un cane cade dal terzo piano e sopravvive. Per fortuna, in Luna Papa non c’è traccia di questo tipo di buonismo. Quando c’è da morire si muore (anche solo per una gazzosa).

Volevate la trama?
Va bene: magari siete abituati a “Ciak” e vi dà fastidio essere arrivati sino a qui senza averci capito niente del film. A parte che è molto meglio così, e che il mio compito dovrebbe essere al massimo quello di costringervi a ragionare sopra Luna Papa dopo che lo avete visto o magari di farvi venire voglia di vederlo, posso giusto dirvi in due parole che il film racconta le vicissitudini di una buffa ragazza tagika, una specie di Gelsomina (rivedere La Strada di Fellini) ex-sovietica, e della sua scombinata famiglia.

Due o tre cose che Bakthiar sa del cinema
L’esilità della trama (la ragazza rimane incinta e lei, padre e fratello disturbato cercano in ogni dove il misterioso padre) non rende giustizia al film, che è largamente più divertente, animato e intelligente della maggior parte delle cose che capita di vedere in sala. Se non vi è bastata come prova del talento di Khudujnazarov il fatto che riesca a far plausibilmente piovere manzi dal cielo (come le pietre sulla classe operaia, direbbe Ken Loach), vi posso anche dire che ha una bravura non comune nell’usare i suoni, e, quando si impegna, una grande capacità di sintesi narrativa (oltre a, va da sé, un buon occhio visionario). Riguardo ai suoni, bastano i cavalli all’inizio del film e gli aerei in entrata ed uscita per far capire che il regista tagiko ci sa fare. Non è ancora un sound designer come David Lynch, ma è sulla buona strada. Per quanto riguarda, invece, il talento narrativo, è sufficiente vedere l’ellisse semplicissima ma vertiginosa con cui Khudujnazarov mostra ad inizio film il fratello della protagonista importunare la collega della ragazza: due scene prima avevamo visto la ragazza regalare alla collega la foto di un celebre attore, ora vediamo che la ragazza ha già ritagliato la foto dell’attore e se l’è appuntata sul petto. Tempo e spazio sono estremamente comprimibili e manipolabili per Khudujnazarov. Dovrebbero esserlo per qualsiasi bravo regista, ma vallo a spiegare – vallo a spiegare a quelli che si deliziano di roba come The Blair Witch Project, prolisso e privo di logica narrativa, ridondante ed inutile.

Il ragazzo si farà
E poi Khudujnazarov ha solo trentacinque anni. Che per il nostro cinema sono praticamente nulla: è un adolescente per la media d’età dei registi europei. E quindi gli scusiamo le sbandate (il finale del film non sta molto in piedi, e non è un problema solo di pale di ventilatore), alcune ripetizioni e alcune perdite di ritmo, la superficialità di certe invenzioni che rimangono fini a se stesse. Ma sono, in fondo, difetti veniali. Luna Papa è un film divertente e godibile. Non possiamo che augurare un futuro radioso al suo regista (oltre a suggerirgli di adottare un nome d’arte: accidenti, non riusciamo a pronunciarlo, il suo cognome, nemmeno fosse come sarà l’ultima parola di questo articolo: Khudujnazarov).
© 2000 reVision, Fabrizio Bozzetti

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Il prigioniero del caucaso – 24.04.2009 ore 20.30
sabato 18 Aprile 2009, 18:38
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Kavkazski plennik
Russ.-Kazakh.   1996   98′
di  Sergej Bodrov
con Oleg Menshikov, Sergei Bodrov Jr., Djemal Sikharulidze, Susanna Mekhralieva, Aleksej Zharkov, Valentina Fedotova

il-prigioniero-del-caucaso

Un anziano contadino cecéno cattura due soldati russi, un sergente scafato e una recluta, e li porta nel suo paesino di campagna: li vuole scambiare col proprio figlio, catturato dai russi. Se lo scambio non funziona dovrà ucciderli. Ispirato a un racconto di Tolstoj, è un film sulla guerra in Cecenia, il piccolo Vietnam dei russi, non mai nominata, ma pur avendo scene di violenza, non è un film bellico d’azione. Contano i personaggi e i loro rapporti, la quieta descrizione di usi e costumi della gente caucasica, l’atmosfera di una situazione difficile dove diffidenza e ostilità reciproca lasciano lentamente spazio a un faticoso processo di conoscenza e rispetto. Opera realistica di elegante sobrietà, ben costruita, sagace nell’evitare le trappole della metafora e della retorica umanitaria e nell’indicare le atrocità della guerra senza scivolare nell’oratoria, con piccoli scatti onirici e surreali. Premio Fipresci a Cannes, Europremio Felix per la sceneggiatura (del regista con Arif Aliev e Boris Giller), 1o premio a Karlovy Vary.
Il Morandini

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Kin Dza Dza – 10.04.2009 ore 20.30
domenica 29 Marzo 2009, 18:14
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Russia   1986   128′
di  Georgi Daneliya
con  Stanislav Lyubshin, Evgeni Leonov, Yuri Yakovlev, Levan Gabriadze
Due sovietici zio Vova e Ghedevan, Skripach (soprannome che in russo vuol dire “violinista”) incontrano per strada a Mosca un uomo che sembra un vagabondo. Questo domanda loro il numero del loro pianeta e fa vedere un dispositivo per viaggiare nello spazio-tempo. I protagonisti lo prendono per matto, schiacciano il pulsante del dispositivo e immediatamente si ritrovano in un deserto sabbioso.
I due scoprono di essere capitati su un altro pianeta, chiamato Pluk…
È molto probabilmente il capolavoro di Daneliya, maestro della commedia russa, o meglio, del commedramma russo. Epopea fantascientifica che è evidente metafora del mondo conosciuto e prospettiva futura di quest’ultimo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=db7pqpylMUA

– Ma dateci subito quelli che avete ora, ci compreremo un gravitsapa.
– Scusi, ma cos’è un gravistapa?
– Senza gravitsapa, i pepelats possono volare solo così, ma con uno di quelli, puoi raggiungere qualunque punto nell’universo in 5 secondi.

Curiosità
La sceneggiatura è stata riscritta molte volte, sia prima, che durante e dopo riprese.
Durante le riprese Konstantin Ustinovic Cernenko divenne capo dello stato, e nella parola “ku” (koo) i censori videro le sue iniziali (K. U.) e dunque ritennero che il film potesse irriderlo. Mentre il regista stava inventando una nuova parola da sostituire (“ko”, “ka”, “ki”), il capo dello Stato morì e la necessità decadde.
Il successivo capo dello Stato, Gorbacëv, promosse una campagna contro l’alcolismo, e il regista dovette riscrivere e rigirare alcune delle scene del film. Inizialmente il personaggi di Ghedevan teneva infatti una bottiglia di alcol georgiano prodotto a casa. Secondo la sceneggiatura originale erano capitati sul planeta Alpha invece della Terra perché si erano ubriacati. Il regista cambiò la parola “alcol” con “aceto” e rigirò alcune scene.
Il regista Georgi Daneliya nelle interviste ha sempre affermato di non avere avuto lo scopo di riflettere l’URSS, ma piuttosto di immaginare che cosa succederà se il mondo andrà avanti. Danelia dice scherzando che molte cose si sono avverate, come la divisione in pazachi e ciatlani, o la lingua che si semplifica sempre più (vedi sotto).
Kin Dza Dza è rapidamente diventato un film cult tra i giovani nell’URSS. Certe parole e molte espressioni vengono citate tuttora. Molti di quelli che erano collegati ad Internet nell’ex URSS riportarono una forte impressione del film, al punto tale che tuttora uno dei saluti comuni nelle chat, soprattutto in IRC, è ku (russo “??”).

Vocabolario plukano
Dato che possono leggere nei pensieri, la lingua degli abitanti di Pluk consiste solo di 2 parole principali:
* ku – ogni parola
* kiu – imprecazione ammissibile in società
e di poche parole per indicare gli oggetti presenti sul pianeta:
* pepeláz – nave interstellare
* chezè – fiammifero
* ciatlo – l’unità monetaria
* ecilóp – poliziotto (dall’inglese police letto all’incontrario)
* tsac – campanella per il naso
* luz  – carburante per i pepelaz fatto dell’acqua
* gravizáppa – un dispositivo per pepelaz da volare fra pianeti
* ezíkh – cassa per prigionieri (carcere)
* cappa – un pulsante

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Fratella e sorello – 27.03.2009 ore 20.30
martedì 17 Marzo 2009, 19:40
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It. 2002-2005
di Sergio Citti
con Andy Luotto, Claudio Amendola, Rolando Ravello, Ida Di Benedetto, Youma Daikite, Laura Betti

Bartolo detto il Serpente (C. Amendola) e Giocondo (R. Ravello), accusato di tentato uxoricidio, fanno amicizia in prigione. Scarcerati, il secondo scopre che il primo campa come spogliarellista per tardone e che, come impresario, ha Cicera (I. Di Benedetto), gelosa nevrotica. Entra in scena anche Nonò, consorte africana di Giocondo. Dopo sfortunate peripezie e false accuse delle due donne, i due scelgono di farsi incarcerare di nuovo. Prodotto da Elide Melli per Cosmo/RAI Cinema, è stato mal distribuito dall’Istituto Luce con tre anni di ritardo.
Il Morandini

fratella e sorello

È un film bizzarro e tenerissimo, forse il più tenero che Sergio abbia mai girato. È un film sulla paura delle donne: Amendola e Ravello sono Giocondo e Serpente, due sfigati che si conoscono in carcere e, una volta fuori, diventano amici al punto di dormire insieme e terrorizzarsi quando la moglie di Giocondo, o l’amante di Serpente, fanno capolino. Giocondo è un uomo ricco e debole che si è invaghito di una donna bellissima e ne è stato cornificato; Serpente è un trucido spogliarellista dal cuore di panna. Sono idealmente figli del Totò di Dov’è la libertà: ai pericoli del vivere civile preferiscono la sicurezza confortevole della galera.
Amendola ha un ruolo difficile ­ ogni tanto deve sfoggiare una nudità super-tatuata ­ nel quale sembra essersi buttato con coraggio: per chi lo conosce solo grazie al recente Monnezza o ai tremendi spot per quei maledetti telefonini, sarà una sorpresa. Citti, quando usiamo anche con lui l’aggettivo «tenero», sembra contento: «Non mi importa che ‘sto film sia bello. Mi importa che sia autentico, onesto. Mi importa che sia… un film, perché il cinema ormai è morto e rimangono solo i film, e i film devono rispecchiare il cuore di una persona, altrimenti non hanno senso». Beh, Fratella e sorello inizia con l’immagine di una «cofana» di rigatoni alla carbonara e finisce con l’inquadratura di un sedere tatuato: sulle due chiappe ci sono due facce, stringendo le chiappe le due facce si baciano: «È un modo di ricordare a tutti che non dobbiamo vergognarci del culo, visto che ce lo portiamo sempre appresso». Più «cittiano» di così…
Alberto Crespi, l’Unità

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Mortacci – 13.03.2009 ore 20.30
giovedì 12 Marzo 2009, 18:54
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It.   1989   102′
di: Sergio Citti
con: Vittorio Gassman, Mariangela Melato, Sergio Rubini, Carol Alt, Malcolm McDowell, Andy Luotto, Alvaro Vitali, Nino Frassica, Aldo Giuffré
Prima di entrare definitivamente nell’Aldilà, i morti passano un periodo in una specie di limbo dal quale si dipartono solo quando, tra i vivi, non c’è più nessuno che si ricordi di loro. Scritta con David Grieco e Vincenzo Cerami, è una collana di storie cui fa da mastice, da vivo, il trucido, affabile, cinico custode del cimitero. Un V. Gassman che fa il verso a un samurai povero. Brava M. Melato in una doppia parte briosa ed energica.
Il Morandini

La farsa e la tragedia vivono in un costante equilibrio nel cinema di Sergio Citti, equilibrio precario, sempre pronto a deflagrare in una risata liberatoria, in uno sberleffo anarchico, a precipitare nel dramma umano. E’ un cinema crepuscolare che si nutre di un mondo che non esiste più, un sogno, e proprio in quanto sogno aleggia nel tempo e nello spazio, lontano da ogni tentazione di realismo, troppo viscerale e onesto per aggrapparsi alla superficie vischiosa e intellettualistica del surrealismo.
“Mortacci” è un film del 1989, è la storia dei morti che abitano un cimitero, della loro vita da morti, di come sono morti. L’affabulazione compie il suo percorso dal particolare del racconto di ogni singolo personaggio, di ogni morto, fino a ricomporre un quadro corale che si permea di una visione della vita e della morte mai disperata, da epicureo, quale Citti si è spesso definito; in un’intervista2 rilasciata a Sergio Toffetti parlando di “Storie scellerate” il regista parla della propria visione della morte come “non una cosa brutta, negativa, ma una cosa normale, allegra, “viva”, perchè è parte della vita”
Le immagini nel cinema di Citti fioriscono dalle parole, dal racconto, da sempre il regista si è definito un narratore, una sorta di menestrello di borgata che porta in sé tutto il sapere di una radicata tradizione orale. Citti stesso afferma: ”cerco di fare il cinema come se fosse un racconto, una favola, di raccontarla così come se fosse a voce, a braccio“;3. In “Mortacci” la storia di ogni personaggio muove dall’evocazione, supportata da un leggero carrello in avanti, per farci entrare nel falso mondo del flashback, gemmazione della parola, menzogna del passato nella falsità della vita, rappresentata da un cinema che altro non è che finzione della finzione. Il rifiuto di ogni tautologia sta alla base del cinema di Citti, ed è proprio in questa ottica che si deve valutare l’aggettivo “naif” che spesso è ricorso in certa critica borghese, epiteto “razzista”, come aveva affermato Pasolini, che celava lo sguardo superbo e un po’ sdegnato della cultura dominante rispetto a una cultura subalterna, borgatara, sguaiata, ma piena di valore, di fame e di vita. Non inganna lo spettatore Citti, al contrario lo conduce nel mondo da favola del suo cinema, dove i desideri qualche volta si materializzano, dove sempre si è sospesi in un universo costruito, onirico, allucinato, pastorale.
La favola sui morti di Citti procede col ritmo lento del narrare, lasciando a ciascun attore il suo spazio di libertà, una libertà che cresce nella morte, uno sguardo distaccato e sereno, che contempla la vita, la pochezza degli esseri umani, il loro essere inesorabilmente incastrati nelle convenzioni, nella miseria, morale prima di tutto, nella vanità nel suo reiterarsi senza fine. Esemplare a tal proposito l’episodio di Malcolm McDowell, attore che interpreta un attore e che ripropone come in uno spettacolo teatrale, vero e falso al tempo stesso, poiché di un attore si tratta, pathos amoroso.
La morte voluta-imposta del soldatino Rubini si svolge in modo semplice, in linea con la visione del trapasso per Citti, entra in conflitto con la spettacolarizzazione che viene fatta dai vivi, dal surplus di senso e al tempo stesso di spietata cattiveria di cui è oggetto la morte di uomo nel mondo dei vivi, grottesca e allucinata visione cui fa da contrappeso la semplicità dell’aldilà, dove convivono sullo stesso piano attori e personaggi provenienti dalle più disparate realtà. Citti delinea un mondo dei morti davvero egualitario, senza distinzioni di classi, di estrazione sociale; attori e personaggi provenienti delle più disparate realtà finiranno per convivere tutti insieme, accomunati dalla morte e dal ricordo che ancora i vivi nutrono verso di loro, unico filo che li tiene ancora sospesi in un limbo gioioso, fino all’estinguersi dell’ultima memoria per evaporare in un altrove che Citti lascia irrisolto, non visto, offuscato dal vapore, dalla nebbia di una libera indeterminatezza.
Sara Del Santo

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Persepolis – 06.03.2009
sabato 28 Febbraio 2009, 19:58
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In occasione dell’ 8 marzo, Festa della Donna, il nostro circolo assieme al Partito della Rifondazione Comunista è lieto di invitare tutti, venerdì 6 marzo alle ore 20.15 presso la sala maggiore del centro civico Primo Levi a San Canzian d’Isonzo, alla proiezione di Persepolis della regista iraniana Marjana Satrapi, vincitore del premio della giuria del Festival di  Cannes 2007. Seguira’ un brindisi conviviale…

PERSEPOLIS
95′   Francia, USA   2007
di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud
con Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian, Gabrielle Lopes

httpv://www.youtube.com/watch?v=pHOIff2SlmM


Teheran, 1978: Marjane, otto anni, sogna di essere un profeta che salverà il mondo. Educata da genitori molto moderni e particolarmente legata a sua nonna, segue con trepidazione gli avvenimenti che porteranno alla Rivoluzione e provocheranno la caduta dello Scià.
Con l’instaurazione della Repubblica islamica inizia il periodo dei “pasdaran” che controllano i comportamenti e i costumi dei cittadini. Marjane, che deve portare il velo, diventa rivoluzionaria.
La guerra contro l’Iraq provoca bombardamenti, privazioni e la sparizione di parenti. La repressione interna diventa ogni giorno più dura e i genitori di Marjane decidono di mandarla a studiare in Austria per proteggerla.
A Vienna, Marjane vive a 14 anni la sua seconda “rivoluzione”: l’adolescenza, la libertà, l’amore ma anche l’esilio, la solitudine, la diversità.
Sono rari i film di animazione in grado di far percepire al pubblico le difficoltà dell’esistenza di chi li ha ideati. Spesso impegno in difesa dei diritti e qualità grafica non convivono. In questo caso il connubio è perfettamente riuscito. Marjane Satrapi è riuscita a trasformare i quattro volumi di fumetti in cui raccontava, con dolore e ironia, la propria crescita come donna in un Iran in repentina trasformazione e in un’Europa incapace di accogliere veramente il diverso, in un lungometraggio di animazione di qualità. Ha anche un altro merito che le va attribuito: è riuscita a sfuggire alle sirene hollywoodiane che la volevano sedurre con la proposta di film in cui Jennifer Lopez sarebbe divenuta sua madre e Brad Pitt suo padre. Ha tenuto duro e ne è nata un’opera in bianco e nero (con lampi di colore) capace di raccontare un’infanzia e un’adolescenza al femminile comune e differente al contempo. Comune perchè tante giovani donne si potranno ritrovare nel suo percorso di crescita. Differente perchè la donna in Iran è (per chi ha dettato e detta le leggi) meno donna. Per una volta ci venga concessa una citazione diretta: vedere questa giovane regista non riuscire più a trattenere le lacrime nel corso di una standing ovation durata 15 minuti a Cannes dava la misura della difficoltà di una vita ma anche della necessità di non dimenticare lo springsteeniano “No retreat no surrender”.
Giancarlo Zappoli

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