Piccoli affari sporchi – 24.04.2008
venerdì 11 Aprile 2008, 21:50
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Dirty Pretty Things   GB   2002   98’
di: Stephen Frears
con: Chjwetel Eiofor, Audrey Tautou, Sergi López, Sophie Okonedo, Benedict Wong

Thriller, ma nel senso della spasmodica attesa che il mondo smetta di rotolare nello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si parte da un cuore trovato nello scarico del water di una camera d’albergo di Londra e si finisce con un trapianto di rene, sempre in un hotel. Scopre i grandi «affari sporchi» un giovane nigeriano, immigrato senza permesso di soggiorno, che fa il taxista e il portiere sfinendosi di fatica per mettere via i soldi. La ragazza di cui s’innamora, una turca (interpretata senza fronzoli dalla Tautou-Amelie) sta per decidere di vendere un rene in cambio del passaporto per lasciare definitivamente il paese. L’operazione, come le altre organizzata clandestinamente, è destinata a fallire. In un sottobosco di disperati extracomunitari e feroci mediatori, si corre sul filo dei minuti come in un giallo. Il merito di Frears, aiutato dalla fotografia tetra, ma non avara di colore di Chris Menges e da un cast incisivo, è segnalare l’assassino nell’insensata attività di profitto che ha mangiato l’anima. Avvincente e istruttivo. Brechtiano.
Il Giorno, Silvio Danese

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Shining – 11.04.2008
venerdì 28 Marzo 2008, 21:40
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The Shining   USA-GB   1980   115’
di: Stanley Kubrick
con: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Philip Stone, Joe Turkel

Dal romanzo (1977) di Stephen King: sotto l’influenza malefica dell’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose dove s’è installato come guardiano d’inverno con moglie e figlio, Jack Torrence sprofonda in una progressiva schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte i suoi cari. Più che un film dell’orrore e del terrore, è un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo “2001: odissea nello spazio” e “Arancia meccanica”, la filosofia di S. Kubrick. L’aneddotica di S. King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell’Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo è al servizio di un discorso sul mondo, sulla società e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l’utopia riaffermando che le radici del male sono nell’uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilità di una riconciliazione futura, attraverso il bambino e il suo shining (luccicanza) e quella di una nuova e diversa concordia.
Il Morandini 2005

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Lost in translation – 28.03.2008
martedì 18 Marzo 2008, 21:40
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USA-Giap.   2003   102’
di: Sofia Coppola
con: Bill Murray, Scarlett Johansson, Akiko Takeshita, Catherine Lambert, Giovanni Ribisi
“Lost in translation” di Sofia Coppola è un valzer platonico e adolescente tra un uomo di cinquant’anni, attore di successo, e una ventenne appena laureata, di una anonima e conturbante bellezza. Si trovano a Tokyo, proprio nel tempio della modernità, lui per fare la pubblicità di un whisky, lei al seguito del giovane marito, sempre via per lavoro. Sono soli e circondati dall’imbecillità del talento tecnologico in un hotel d’avanguardia in cui tutto è il lusso inutile dell’elettronica più avanzata, della comodità superflua, dell’abolizione del libero arbitrio e omologazione dei piaceri e dei fastidi. È così che le tende delle camere s’abbassano, come un inchino orientale, appena il sole vi entra, impedendo altre esigenze che non siano il piacere dell’oscurità. È in questa “Playtime”, quarant’anni dopo, che la Coppola ripesca l’ingenuo e il giovanile, l’amore appena sognato e non dichiarato. E non a caso sceglie Bill Murray, un uomo con la faccia impunita di un bambino che non vuole crescere e Scarlet Johansonn, la cui bellezza non è fatale, né travolgente, ma semplice e immediata. Si incontrano nell’ascensore, si sorridono, poi di nuovo al bar alzano i bicchieri in segno di saluto, e poi ancora di notte in un piano bar deserto, unici insonni e straniati stranieri. La Coppola li segue con grazia e ritmi lenti, come se raccontasse l’amore al «tempo delle mele», l’innamoramento degli adolescenti, che procede per attimi, piccolissimi segnali, sguardi trattenuti e fatalmente contraccambiati, casuali sfioramenti e sorrisi fugati. Non ha fretta, perché non vuole arrivare da nessuna parte, ma solo rompere l’automatismo e il meccanico attraverso il gioco. Ora i due ballano intorno alle loro timidezze. Si sono trovati simpatici e iniziano a perlustrare la città come in un wendersiano “Viaggio a Tokyo”, ma di rincorse e karaoke, sale giochi e feste nottambule. E alla fine in hotel si trovano sdraiati castamente nel letto, uno a fianco all’altro, e i piedi quasi si accarezzano mentre vedono in tv “La dolce vita” di Fellini. Sono, anche se non se ne sono accorti, i protagonisti di un “Breve incontro” alla David Lean. Sono puro cinema, perché proiezione di un desiderio puro e adolescenziale, casto e platonico. Sono l’infanzia del cinema assediato dalla contemporaneità dell’automatismo e dell’omologazione. Ecco: ci sono film, e tutti quelli che amano il cinema ne hanno una lista segreta, che dicono cose, ma solo a noi, che raccontano storie, ma solo per noi, che parlano a tutti, ma sono «nostri». Strana e magica schizofrenia del cinema che, ormai sempre, vuole piacere a tutti ma che qualche volta, e sempre più di rado, si piega su se stesso, si fa «piccolo», pur affrontando temi grandi e da grandi, e arriva a toccare l’individuo, l’intimo, il biografico. Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia, per vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di avere amato un film che non si crede importante, ma solo privato. “Lost in translation” appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l’archetipo dell’infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l’amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo.
l’Unità, Dario Zonta

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Grand Hotel – 14.03.2008
sabato 01 Marzo 2008, 12:32
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Grand Hotel   USA   1932   113’
di: Edmund Goulding
con: Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford, Lionel Barrymore, Lewis Stone, Wallace Berry
Gente che va, gente che viene in un grande albergo di Berlino dove sembra che non succeda mai niente. Succedono, invece, molte cose, comiche e drammatiche in intreccio fitto. Dal romanzo (1929) della viennese Vicki Baum una parata di star della M-G-M. Nel suo genere è un classico, sia pur leggermente appassito. I migliori della compagnia sono, forse, i due Barrymore. In un ruolo esiguo G. Garbo lascia il segno. Ebbe l’Oscar per il miglior film. Rifatto nel 1945 con la di di Robert Z. Leonard. Nella riedizione postbellica la voce di G. Garbo è di Anna Proclemer che sostituisce Tina Lattanzi, sua abituale doppiatrice negli anni ‘30.
Il Morandini 2005

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Nightmare detective – 29.02.2008
domenica 24 Febbraio 2008, 17:03
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Akumu tantei    Giap.   2006   106’
di: Shinya Tsukamoto
con: Ryuhei Matsuda, Hitomi, Masanobu Ando, Shinya Tsukamoto

Keiko Kirishima è un’abile poliziotta appena trasferitasi nel reparto investigativo della polizia di Tokyo. Purtroppo il primo caso non è dei migliori: due casi di suicidio legati tra loro da un’ultima telefonata fatta dalle vittime allo stesso numero di telefono registrato con la lettera “O”. Keiko e il suo collega Wakamiya decidono di chiedere aiuto a un medium, e contattano così Kyolchi, conosciuto anche come “Nightmare detective” per la sua capacità di entrare nei sogni delle persone in procinto di morire. Quando anche Wakamiya muore in seguito alla telefonata fatta, per Keiko comincia un suo personalissimo incubo, che la porterà faccia a faccia con l’assassino… Troppo facile relegare il film di Tsukamoto tra i B-movie presenti nel panorama degli horror nipponici. “Akumu tantei” cerca di penetrare più a fondo nelle conoscenza dello spettatore indagando negli incubi dei suoi personaggi e in quelli della società moderna, troppo distratta nel traffico della vita di tutti i giorni per accorgersi dell’intima sofferenza del singolo individuo. Nella pellicola di Tsukamoto c’è la violenza, quella cruda e “pasticciata” vista in “Tetsuo”, ma anche la solitudine, del tutto metropolitana, di “Snake of June”, e in questi elementi tenta di trovare una via d’uscita, proprio come si cerca un’uscita da un incubo. Una di realizzata utilizzando una telecamera a mano e non una vera camera cinematografica, unita a una fotografia per lo più monocromatica, che alterna colori caldi e freddi con giusta misura semantica, nell’ambito della scena in cui si inserisce, rende il film un interessante esperimento onirico. Davvero efficace la colonna sonora: pregna di pezzi angoscianti dalle influenze punk-rock. Musica che aiuta non poco ad entrare nello spirito del film. Da ascoltare.
Diego Altobelli

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La traviata – 24.02.2008
domenica 17 Febbraio 2008, 12:29
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Il Comune di San Canzian d’Isonzo
in collaborazione con
PRO LOCO San Canzian d’Isonzo
Associazione Musicale ARCADIA
Circolo ARCI “E. Curiel” San Canzian d’Isonzo

presenta:

domenica 24 febbraio 2008 ore 17.00
sala maggiore centro civico “Primo Levi”
via Trieste 12 – San Canzian d’Isonzo
proiezione de “LA TRAVIATA”
di G. Verdi

 ingresso libero

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