Jacques Tourneur, la paura dell’ignoto L’ UOMO LEOPARDO VENERDI’ 12 GENNAIO 2024 ore 20.45
lunedì 08 Gennaio 2024, 19:33
Filed under: Cinemapiù 42,Video

The Leopard Man
di Jacques Tourneur
con Dennis O’Keefe, Margo, James Bell
USA 1943 66′

Una cittadina del Nuovo Messico è sconvolta da una serie di brutali omicidi: si pensa che il colpevole sia un leopardo fuggito durante un’esibizione. La verità, però, sarà decisamente più sconvolgente. Tratto dal racconto L’alibi nero di Cornell Woolrich, L’uomo leopardo è un film che conferma il grande talento visivo di Jacques Tourneur. Il regista francese torna a lavorare per il produttore Val Lewton, dopo Il bacio della pantera(1942) e Ho camminato con uno zombi (1943), e firma quello che potrebbe essere definito come il terzo capitolo di un’ipotetica trilogia orrorifica. Come per i due lavori precedenti, Tourneur punta su uno stile minimale, fa parlare più le immagini delle parole (maestosa fotografia di Robert de Grasse) e punta su un’atmosfera dai tratti perturbanti capace di inquietare ancora oggi. Suspense, mistero, confezione impeccabile: il risultato non può che appassionare nella sua semplicità, spaventare e far riflettere su quanto siano profondi gli abissi che si annidano all’interno della mente umana. Una perla da riscoprire.
Longtake

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cinemapiù 42 gennaio-febbraio 2024
lunedì 08 Gennaio 2024, 19:32
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Frammenti: Takeshi Kitano VENERDI’ 22 DICEMBRE 2023 ore 20.45
sabato 16 Dicembre 2023, 11:56
Filed under: cinemapiù 41

ZATOICHI
di Takeshi Kitano
con Beat Takeshi, Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa, Guadalcanal Taka, Daigoro Tachibana, Yuko Daike, Ittoku Kishibe, Saburo Ishikura, Akira Emoto
Giappone  2003  115′

Un massaggiatore cieco e viandante, due ragazzi scampati al massacro della propria famiglia e desiderosi di vendetta e un Ronin in cerca di lavoro e denaro per curare la moglie. Come in un disegno del destino, le vite di questi personaggi si incrociano risolvendosi l’una nell’altra, tra carneficine, gioco d’azzardo, danze ritmate e battaglie tra bande nel Giappone di fine Ottocento. 

Kitano continua a stupire con la forza e la semplicità dei suoi personaggi, e con una storia che sembra uscire direttamente dall’immaginario collettivo popolare. Infatti le avventure itineranti del massaggiatore cieco (che in realtà dimostra di essere ben più di un semplice vagabondo) nascono da un’icona della tradizione nipponica già ripresa più volte sul piccolo schermo in Giappone. E’ quindi evidente che la forza di questo film nasce anche dalla presentazione di una figura conosciuta che incarna valori importanti per la cultura a cui appartiene il regista e dal modo in cui la storia è stata raccontata, come si trattasse di una leggenda da trasmettere di generazione in generazione.

Il risultato è un film semplice, di irrinunciabile impostazione teatrale, eccessivo al momento giusto e minimalista quando la situazione lo richiede. Paesaggi rurali e bucolici si alternano a scene di carattere urbano magistralmente coreografate, personaggi quasi mitici lasciano il passo a figure caricaturali degne delle performances dei migliori comici.
La sensibilità e la genialità di un autore come Kitano potrebbe essere esemplificata dalle scene in cui zappatori e carpentieri orchestrano con i loro strumenti un sottofondo musicale e metafilmico al ritmo delle immagini, occupando allo stesso tempo lo spazio sonoro e quello narrativo. La danza d’insieme del finale, coronata da una splendida esecuzione di tip-tap in salsa orientale non può che essere la ciliegina sulla torta di una pellicola classicamente fuori dal coro.

Da tutto ciò la trama tradizionale di vendetta, onore e combattimenti trae nutrimento, integrando una storia già ben collaudata con l’umanità tipica delle persone comuni e la straordinarietà dell’eroe uscito dalle leggende raccontate dai vecchi intorno a fuoco.
Un film vitale che assomma semplicità tematica e foga estetica, che compone sentimenti umili e aspirazioni morali, un film moderno che cresce nell’immaginario dello spettatore e con esso contribuisce a perpetrare una tradizione che potremmo quasi identificare con quella storicamente definita “orale”.
NonSoloCinema, Giacomo S. Pistolato

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Apichatpong Weerasethakul, il cinema come luogo del sogno VENERDI’ 15 DICEMBRE 2023 ore 20.45
sabato 25 Novembre 2023, 11:47
Filed under: cinemapiù 41

TROPICAL MALADY
Sud Pralad

di Apichatpong Weerasethakul
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
Tailandia.  2004  118′

Quando chiudiamo gli occhi, chiaramente vediamo il buio ma se fissiamo questo buio abbastanza a lungo emerge qualcosa. L’immagine viene da dentro, dalla nostra mente. Questo è ciò che ho voluto far vedere in Tropical Malady: la mente di un mondo che si adatta a un altro mondo. Il soldato riesce a vedere le immagini dell’altra parte, e continua a vedere se stesso. Si trova sul confine di due mondi.
Apichatpong Weerasethakul

Composto di due parti tra loro intimamente legate, Tropical Malady segue nella prima tranche la storia d’amore di Keng e Tong, un soldato e un contadino, e, attraverso la serena contemplazione di quadretti di ordinaria quotidianità, senza sottolineature di sorta, ne mostra il tranquillo, quasi idilliaco menage. Lo sguardo sui giorni della coppia, che è quello sulla vita di un Paese, diventa scrutare interrogativo in una seconda parte che modula su un registro completamente differente e che prende le mosse da una leggenda (uno sciamano khmer, trasformatosi in tigre, viene ucciso da un cacciatore e rimane prigioniero nel corpo dell’animale fantasma, destinato a cacciare a sua volta qualsiasi uomo osi inoltrarsi nel suo territorio), per farsi onirica riflessione sulle paure primarie e il valore dei ricordi (la malattia cui si riferisce il titolo è proprio la memoria delle persone amate).
Curatissimo sul piano figurativo (l’albero notturno rimane visione folgorante), Tropical Malady si dipana sinuoso tra tempi programmaticamente dilatati (una vera sfida per l’impaziente occhio occidentale), colpendo per il sontuoso rigore delle sequenze e per l’originalità di un impianto di indubbia suggestione che riesce a dirottare da un approccio realistico, anche se pieno di elementi anticipatori, a una deriva tutta simbolica che viaggia a metà strada tra la favola e il sogno (si è parlato di Lynch, non a caso, potendosi azzardare che la prima parte sia una rievocazione fatta nella seconda – del resto il film comincia nella giungla -).
Scommessa distributiva dell’Istituto Luce (alla coproduzione partecipa anche Fabrica), film di fruizione a dir poco difficile – per i suoi ritmi, per il senso sfuggente delle molte metafore, per il disinteresse dell’autore all’azione (la seconda parte è praticamente priva di dialogo) -, a serio rischio di esodo, Tropical Malady che mantiene, nell’edizione italiana, la lingua originale, è opera bifronte (i due protagonisti rappresentano due opposte realtà sociali, alla serenità lucente della prima parte fa riscontro l’oscurità inquieta della seconda), ma solo apparentemente scissa, una pellicola di alto spessore che prima spiazza e poi, all’uscita dal cinema, cresce invocando una seconda (terza, quarta) visione consapevole.
Premio speciale della giuria a Cannes 2004. Vincitore dei due massimi riconoscimenti al festival del cinema a tematiche omosessuali di Torino.

Anche se la storia ha una struttura lineare, Tropical Malady si sviluppa su due piani distinti che rappresentano due mondi molto diversi. Tuttavia questi mondi diversi sono collegati da personaggi che sarà il pubblico a decidere se siano o no gli stessi. Ciò che è essenziale sono i ricordi. I ricordi della prima parte convalidano la seconda e viceversa. Nessuna delle due esiste senza l’altra.
Apichatpong Weerasethakul

Gli Spietati, Luca Pacilio

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L’AFFIDO – UNA STORIA DI VIOLENZA venerdì 24 novembre 2023 ore 20.00
domenica 19 Novembre 2023, 12:31
Filed under: Iniziative,Senza categoria,Video

Jusqu’à la Garde
di Xavier Legrand
con Léa Drucker, Denis Menochet, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saikal
Francia 2017 93′

Il valore di un film come L’affido – una storia di violenza non riguarda solo il fatto di affrontare il tema delle separazioni famigliari e della guerra che si scatena allorquando uno dei due genitori fatica ad accettare le conseguenze di questa realtà. Ciò che colpisce, e che deve aver convinto i giurati della Mostra del cinema ad assegnare al film il Leone d’argento per la miglior regia, è la maniera con la quale Xavier Legrand riesce a evitare la retorica che di solito scandisce le discussioni riguardo al problema. Niente di tutto questo ritroviamo in L’affido – una storia di violenza perché nel film il luogo della riflessione rimane fuori campo, assegnato allo spettatore quando le luci si accendono ed è tempo di lasciare la sala. Prima di allora c’è spazio solo per la tensione che procura il succedersi degli avvenimenti e l’incalzare della violenza – prima psicologica e poi materiale – messa in circolazione da Antoine (il minaccioso Denis Ménochet) nei confronti di Miriam, la ex moglie, e di Julien, il figlio minorenne, di cui la sentenza del giudice deve decidere i termini dell’affidamento.

L’inizio del film è a dir poco geniale, poiché il regista si diverte a confondere le acque con una lunga sequenza dibattimentale in cui la burocrazia del giudice e la dialettica tra le parti sembra aprire L’affido – una storia di violenza a due possibili sviluppi. Il primo, proprio del legal drama, volto ad approfondire le ragioni dell’uno e dell’altro, filtrandole attraverso i parametri legislativi, il secondo, invece, inteso a scoprire, con le forme del thriller, se le accuse (di violenza) della moglie nei confronti del marito siano vere oppure no. Quindi, da una parte a ragionare in termini giuridici, analizzando se l’apparato normativo sia ancora aderente alle evoluzioni dell’istituto familiare, dall’altra a portare la storia dalle parti di un intrattenimento avvincente e popolare, legato alla capacità di tenere sospesa fino all’ultimo la reale personalità dell’accusato.

La scelta di Legrand ricade invece su una terza via, avulsa da mediazioni esterne e, al contrario, concentrata sulla storia con un’istintualità che gli consente di evitare le derive a cui un’operazione del genere si prestava. La controprova di quello che diciamo si misura a più livelli: da quello narrativo, riempito in toto dal meccanismo di azione-reazione che scaturisce dall’ossessione del genitore nei confronti della propria famiglia, a quello dei contenuti, privati di un sottotesto che ragioni sul tema degli abusi famigliari, qui sostituito dalla pragmatica evidenza con la quale il film mette in scena i fatti; e finanche dal punto di vista teorico, dove, tolte di mezzo le forme di genere, è il controllo del dispositivo drammaturgico a permettere all’opera di risultare appassionante e tesa senza bisogno di ricorre a spettacolarizzazioni che svilirebbero la serietà con cui viene affrontata la faccenda. Concentrandosi esclusivamente sulle emozioni dei personaggi, L’affido – una storia di violenzanon fa mistero – rispetto alle incertezze iniziali – sulla reale natura dei personaggi e, anzi, è proprio l’esasperazione delle rispettive posizioni, da quella di carnefice assunta dal padre, a quella di vittime incarnata dalla moglie e dal figlio, a fare precipitare la situazione, trasformando la disputa in un incubo ad occhi aperti. In questo senso, uno dei punti di forza del film è la capacità degli attori di far vivere sulle proprie facce la follia e la paura che li attanaglia, con una menzione speciale per Thomas Gioria, il quale, nei panni di Julien dà vita a un’interpretazione da brivido, sicuramente una delle più meritevoli della Mostra. Ispirato a una storia vera e sviluppato da un precedente cortometraggio girato dallo stesso Legrand, L’affido – una storia di violenza ha vinto anche il premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” assegnato dalla Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia alla migliore opera prima.
Ondacinema, Carlo Cerofolini

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La notte vogliamo essere libere, non coraggiose
domenica 19 Novembre 2023, 11:54
Filed under: Iniziative

iniziative volte a contrastare la violenza di genere

giovedì 23 e martedì 28 novembre 2023
alle ore 18.30, due serate di autodifesa a cura dell’ASD Family Fight Team presso la loro sede di via Trieste 75;

venerdì 24 novembre: 
–  ore 17.30: inaugurazione della panchina rossa presso il giardino comunale a Begliano
–  ore 20.00: proiezione del film “L’Affido – Una storia di Violenza” – Sala Maggiore Centro Civico “Primo Levi” – via Trieste 12 (ingresso libero)

sabato 25 novembre “Camminata in rosso, piccoli e grandi passi contro la violenza”: 
ritrovo alle ore 10.00 in piazza Venezia, partenza ore 10.30
lungo il percorso  sono previsti letture e intermezzi musicali 

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