lunedì 13 Novembre 2023, 10:51
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KINETTA di Yorgos Lanthimos con Evangelia Randou, Aris Servetalis, Costas Xikominos, Hector Kaloudis Grecia 2005. 95′
Dopo l’esordio al lungometraggio con O kalyteros mou filos (letteralmente “Il mio migliore amico”) commedia surreale sulle disavventure reali ed immaginarie di Konstadinos il regista greco Lanthimos dirige con Kinetta il suo primo lavoro personale, quasi programmatico dei successivi Kynodontas (Un certain regard, Cannes 2009) e Alpeis (Miglior sceneggiatura, Venezia 2011). Se con la sua opera prima, per certi versi accostabile al Solondz di Happiness, inscenava una commedia brillante dai toni dark, surreale, ma comunque godibile da un ampio pubblico con Kinetta rinuncia alla quasi totale visibilità della sua opera per iniziare un lavoro di scavo profondo nell’immagine e nella concezione dell’essere umano. La trama del film – qualora ve ne fosse una – narrerebbe di due uomini, un poliziotto ed un fotografo, che coinvolgono delle donne nel loro gioco di riproduzione fittizia e registrazione video di eventi violenti realmente accaduti o semplicemente immaginati. Una delle donne, cameriera di un albergo semideserto nella stagione invernale, si fa implicare dal “gioco” a tal punto da iniziare a simulare la propria morte anche in privato. Tutto si interrompe con l’arrivo dei primi vacanzieri sul finire dell’inverno.
I dialoghi si frantumano nei rumori ambientali, la telecamera – sempre mossa a mano – va spesso fuori fuoco e inquadra dettagli più o meno rilevanti lasciando intravedere in lontananza la scena in cui l’azione si svolge operando una depersonificazione dei soggetti defilati a confuse immagini di contorno. Sono quindi spesso dei dettagli a prendere il sopravvento e a dominare la scena grazie ad una narrazione che predilige il marginale ed il margine, la cornice che inquadra ed il mero attributo accidentale nel quale alla fine i personaggi si risolvono – l’uomo è il dettaglio. Andando così in direzione opposta ad un cinema inteso come intrattenimento per il pubblico – nel quale è fondamentale la complessiva intelligibilità degli eventi per poter comprendere il mondo descritto nella sua interezza, un mondo comprensibile e in quanto tale rassicurante – troviamo nell’idea di cinema che sta alla base di Kinetta un realismo rappresentativo interrotto e sfuocato che procede per salti e “imperfezioni” e che nel riproporne visivamente la costante inadeguatezza ottiene la sua maggiore vicinanza con la vita stessa. Situandosi nel risultato tra la crudezza hanekeiana e la morbosità cronenberghiana Lanthimos trova il suo personale sentiero seguendo un’estetica dell’immagine imperfetta che perfettamente descrive l’inadeguatezza dell’uomo nella società contemporanea.
Un lungo discorso sottende tutto il film, ma articolato dalla grammatica delle immagini che annienta la parola pronunciata: concise affermazioni unilaterali, rari e stringati dialoghi lacerano la superficie del film – il più lungo di questi è la traduzione in greco di comuni parole slave. I personaggi smarriscono tanto la parola da perdere addirittura i nomi proprii (ennesimo elemento che accomuna questo film a Kynodontas e Alpeis), ma il nome non è altro che il vessillo di una persona, come la parola stessa non è altro che un significante veicolo di significati. Le parole nella loro interscambiabilità tra un linguaggio e l’altro conducono il medesimo significato, gli individui – senza nome – nella loro interscambiabilità tra un atto e la sua replicazione conducono il medesimo senso. O meglio, i protagonisti di Kinetta vorrebbero replicare un atto per acquistare un senso di cui sono privi. Infatti, la possibilità di replicare praticamente ogni cosa (parole e esperienze formative in Kynodontas, addirittura la presenza di un essere umano in Alpeis) attraverso una meccanica della sostituzione è il filo rosso da seguire per raggiungere il cuore delle pellicole di Lanthimos. Uomini incapaci di provare emozioni proprie ne ricercano le tracce nell’inscenare, nel ripetere, interpretare tragici avvenimenti di cronaca, stupri, omicidi che nella loro reiterazione sono evidenti nel loro pallido bagliore di copie. Come un vuoto abisso è l’uomo di Lanthimos.
Kinetta – che è il nome di una località balneare nei pressi dell’istmo di Corinto, ma anche quello di una macchina da presa – è una delle più ostiche pellicole che vi potrà capitare di vedere non concedendo nulla alla fruibilità, ma nel continuo farsi inseguire dallo spettatore sembra sempre sfuggire ogni possibile de-finizione. Serve costanza per tenerne il passo e non lasciarsi sopraffare, serve un salto nel vuoto per sprofondare nella meraviglia. Un piccolo capolavoro invisibile. OndaCinema, Simone Pecetta
Commenti disabilitati su Yorgos Lanthimos, il piacere dell’imbarazzo VENERDI’ 10 NOVEMBRE 2023 ore 20.45
LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO A Vida Invisível di Karim Aïnouz con Carol Duarte, Júlia Stockler, Gregório Duvivier, Barbara Santos, Flávia Gusmão Brasile 2019 139′
In riva all’oceano due ragazze siedono una accanto all’altra senza guardarsi. Poi, in una foresta tropicale lussureggiante, attraversata da cascate di acqua cristallina, si perdono, si inseguono, si chiamano a gran voce, ma non riescono a trovarsi. Le prime sequenze del film La vita invisibile di Euridice Gusmao del regista brasiliano Karim Ainouz sono profetiche e si fanno metafora dell’appassionante storia: quella di due sorelle legate a doppio filo, e ciononostante separate dal destino (e soprattutto dalla grettezza degli uomini) in una Rio de Janeiro negli anni ’50 dove le donne sono soltanto l’ombra di padri e mariti. Non potrebbero essere più diverse. Euridice, splendido sorriso, corpo slanciato anche se dalle movenze un po’ goffe e impacciate, ha talento per il pianoforte e sogna soltanto di essere ammessa al Conservatorio di Vienna. Guida, maggiore di due anni, è meno bella, bassina, ma sprizza vitalità e sensualità, morde il freno, insegue a tutti i costi il grande amore e vuole staccarsi dal contesto famigliare conservatore e bigotto. La sua scelta di fuggire col marinaio greco Iorgos, per poi tornare in patria incinta e abbandonata, fa da trigger al dramma: il papà non la riconosce più come figlia, la caccia di casa e le fa credere che l’amatissima sorella si sia trasferita in Europa. Vivranno lontane e infelici: la prima rinuncerà alla musica per diventare moglie di un uomo ricco ma senza qualità, nonché madre amorevole, adeguandosi a quanto la società vuole per lei; l’altra si dedicherà al figlioletto “bastardo” e troverà la protezione dell’ex prostituta Filomena nei miseri bassifondi della città. Sino al ricongiungimento tardivo delle loro anime, se non nella realtà. Tratto dal romanzo di Martha Batalha, caso letterario in patria paragonabile al nostro L’amica geniale, il lavoro vincitore della sezione “Un Certain Regard” allo scorso Cannes, nelle sale da giovedì, ripercorre le strade del melodramma alla Douglas Kirk, attualizzandone però lo stile grazie a una capacità introspettiva potente, alla caratterizzazione dei personaggi, all’estetica raffinata, satura di colori e suoni. Se Ainouz non ha paura di spingere sul pedale della commozione e del sentimentalismo, la scelta di ricostruire la vicenda attraverso le lettere che Guida scrive ad Euridice, intercettate dal padre e mai recapitate alla destinataria, gli consente di mantenere la giusta distanza e di non cadere mai negli zuccherosi toni da telenovela. E in più la trama mélo è lo spunto per una critica sociale: dell’epoca, come si deduce dalla violenza delle scene di sesso matrimoniale, allora molto diffusa, e anche del presente del Paese con riferimenti non espliciti, ma intuibili, a Bolsonaro, che ha riaffermato i valori di una cultura tradizionale e maschilista. Due ore e venti che scorrono veloci e coinvolgenti, facendo scattare l’identificazione con le due giovani, i lori dolori, le loro continue frustrazioni, la mai perduta speranza di riincontrarsi. Qui tutto risulta naturale, spontaneo, sincero, soprattutto in virtù delle credibili interpretazioni di Carol Duarte-Euridice e Julia Stockler-Guida. E al cameo dell’attrice ormai novantenne Fernanda Montenegro (l’insegnante di Central do Brasil). Paola Zonca, La Repubblica
Commenti disabilitati su CINEMA BRASILIANO VENERDI’ 19 MAGGIO 2023 ORE 20.45
DOMENICA, MALEDETTA DOMENICA Sunday, Bloody Sunday di John Schlesinger con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Bessie Love, Peggy Ashcroft Gran Bretagna 1971 110′
Esisteva ancora la Twa. C’erano ancora i portasigarette e si fumava alla grande. Non c’erano i telefonini, ma in compenso funzionava un efficientissimo servizio di segreteria telefonica (nel caso in questione, con tanto di telefonista che sferruzza e spettegola durante il lavoro). Quegli anni – con la confusione sentimentale e sessuale, la crisi di cui si sente sempre parlare e che manda a casa senza lavoro i dirigenti cinquantenni, un misto di conformismo e di avventura – hanno qualcosa che parla ai nostri anni. Ma sono in realtà gli ultimi della swingïng London, raccontati in un film del 1971, Domenica maledetta domenica, piccolo grande capolavoro britannico di John Schlesinger che torna ora pubblicato da Teodora (eh sì, ancora loro). Difficile oggi, all’epoca del gay pride e di esibizione delle proprie preferenze sessuali, immaginare lo shock, lo stupore, l’ammirazione liberatoria suscitati allora dal triangolo amoroso che il film ci racconta, e che incarna lo Zeitgeist sentimentale iu allora: Glenda Jackson, nei panni di una giovane divorziata, scontenta del suo lavoro e del suo status di borghese; Peter Finch è il medico omosessuale che le amiche vorrebbero vedere accoppiato con qualche brava ragazza ebrea come lui; Murray Head è il creatore di strane sculture, giovane, carinissimo e lungocrinito, che se la fa, prima senza che lo sappiano, poi con loro consapevoli, con tutti e due. Tra gelosie, certo, lacrime, furori e senso di privazione. La liberazione sessuale non annulla il dolore. Scritto da Penelope Gilliatt (che di giovani arrabbiati se ne intende, visto che è stata la moglie di John Osborne), girato con mirabile senso dei luoghi e del tempo, il film di Schlesinger ci parla, ora come allora, della solitudine e delle maledette domeniche dei solitari. Ed è uno dei film che Pauline Kael elencava (e non si può darle torto) tra i frutti di una stagione magica del cinema, con II conformista, I compari, L’ultimo spettacolo, Il violinista sul tetto, Soffio al cuore, Il giardino dei Finzi-Contini, Cabaret, Il padrino. Tutti arrivati sugli schermi americani fra il 1971 e il 1972. Irene Bignardi, Il Venerdì di Repubblica
Commenti disabilitati su JOHN SCHLESINGER, UN REGISTA “DA MARCIAPIEDE” VENERDI’ 12 MAGGIO 2023 ORE 20.45
ALLA RICERCA DI VIVIAN MAIER Finding Vivian Maier di John Maloof, Charlie Siskel con John Maloof, Mary Ellen Mark, Phil Donahue, Vivian Maier USA 2013 84′
John Maloof sapeva che “chi cerca, trova”, perché ha frequentato fin da piccolo i mercati delle pulci. Nel 2007, in procinto di scrivere un libro sulla storia del suo quartiere di Chicago, ha dunque acquistato all’asta una scatola piena di negativi non ancora sviluppati, sperando di trovare del materiale utile al suo scopo. Invece, ha trovato una delle più straordinarie collezioni fotografiche del XX secolo. Andando, qualche anno dopo, alla ricerca dell’identità del fotografo, una donna di nome Vivian Maier scomparsa nel 2009, Maloof ha scoperto anche una storia da romanzo: quella di una figura dall’immenso talento artistico, che ha preferito per tutta la vita mantenere il segreto sulla sua attività fotografica, preferendo fare la tata per i bambini delle famiglie bene di Chicago. E non finisce qui. Perché il vero tesoro trovato da John Maloof – giovane filmaker, fotografo, storico e ora probabilmente milionario – è un altro ancora, e si tratta di quello che, paradossalmente, non ha scoperto. Maloof, infatti, ha trovato un mistero. Un nucleo di interrogativi resistenti a qualsiasi certezza, che resterà per sempre legato al nome e all’opera di Vivian Maier e perpetuerà la storia e il suo fascino negli anni a venire. Gli autori del documentario, che sono lo stesso Maloof e Charlie Siskel (il produttore di Bowling a Columbine), decidendo di trasformare in un film la ricerca su Vivian Maier non hanno compiuto soltanto un’operazione commerciale, o proseguito la missione di divulgazione iniziata con l’esposizione delle fotografie, ma si sono posti in continuità con il lavoro della fotografa segreta, la quale ha condotto senza dubbio un’esistenza cinematografica e al cinema si era a sua volta avvicinata, girando migliaia di pellicole Super8 e 16mm e tentando persino la strada della narrazione in macchina (genere reportage di cronaca nera, condito di ironia). Cambiando nome, (tra)vestendosi con abiti fuori moda, inventando un accento francese, scegliendosi un lavoro “di copertura”, Vivian Maier ha infatti e senza dubbio recitato una parte, anche se il motivo di questo comportamento resta sconosciuto. Come se non bastasse, la tragedia privata (che non è difficile ipotizzare sulla base delle testimonianze raccolte) e i tratti di durezza e persino cattiveria attribuitele da chi l’ha conosciuta, fanno di lei un personaggio enorme, degno della penna di un grande sceneggiatore. Togliendola dall’oscurità e portandola alla luce, nel senso letterale del termine, con lo sviluppo del negativo e l’irradiazione della luce del proiettore, Maloof e Siskel l’avranno tradita o avranno compiuto la sua più recondita volontà? In questa vicenda piena di contraddizioni, sono sicuramente vere entrambe le cose. Una cosa, però, è più certa delle altre. In una delle sue tante registrazioni, si sente Vivian chiedere ad un bambino: “E ora dimmi, come si fa a vivere per sempre?” Ecco, adesso John Maloof le ha risposto. di Marianna Cappi
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THE SQUARE di Ruben Östlund con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Læssø Svezia/Danimarca/USA/Francia. 2017142‘
Palma d’Oro a Cannes 2017, nonché candidato 2018 all’Oscar nella cinquina dei migliori film stranieri, The Square non ha soddisfatto tutti: chi ne ha ammirato l’eleganza e l’acume; chi, invece, lo ha trovato intellettualistico e snob. In effetti il regista danese Ruben Ostlund non è tipo da far sconti al pubblico: il film è una specie di ufo, che si fa beffe dell’arte contemporanea, delle nostre società ‘civili’ e un po’ anche di chi lo guarda. Sotto, però, c’è un discorso morale (a tratti perfino moralistico) che interpella lo spettatore sul suo comportamento nel mondo globalizzato e nell’infosfera: sappiamo effettivamente comunicare come crediamo? Siamo davvero così aperti e democratici (per esempio verso gli immigrati) come pensa di sé Christian, che si rivelerà invece – più o meno inconsciamente – razzista? Attraverso di lui, personaggio senza empatia che respinge l’identificazione, incapace di guardare oltre sé stesso anche nelle relazioni amorose, il film ci obbliga a riflettere sull’egoismo generalizzato che modella le nostre vite.
(…) Diverse scene sono quasi una lezione di sociologia; e forse spiegano perché alcuni non lo abbiano apprezzato. A tratti The Square è un po’ troppo dimostrativo: come se, da una cattedra, volesse darci una lezione intorno al declino dell’Occidente, su cui Ostlund è pronto a giurare. (…) Man mano che procede, The Square diventa sempre più caustico, provocatorio e beffardo. E anche imprevedibile: il che non dovrebbe dispiacere a chi, in un film, ama trovare qualcosa d’inaspettato.” Roberto Nepoti, La Repubblica
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