Shining – 11.04.2008
The Shining USA-GB 1980 115’
di: Stanley Kubrick
con: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Philip Stone, Joe Turkel
Dal romanzo (1977) di Stephen King: sotto l’influenza malefica dell’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose dove s’è installato come guardiano d’inverno con moglie e figlio, Jack Torrence sprofonda in una progressiva schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte i suoi cari. Più che un film dell’orrore e del terrore, è un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo “2001: odissea nello spazio” e “Arancia meccanica”, la filosofia di S. Kubrick. L’aneddotica di S. King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell’Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo è al servizio di un discorso sul mondo, sulla società e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l’utopia riaffermando che le radici del male sono nell’uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilità di una riconciliazione futura, attraverso il bambino e il suo shining (luccicanza) e quella di una nuova e diversa concordia.
Il Morandini 2005

Lost in translation – 28.03.2008
USA-Giap. 2003 102’
di: Sofia Coppola
con: Bill Murray, Scarlett Johansson, Akiko Takeshita, Catherine Lambert, Giovanni Ribisi
“Lost in translation” di Sofia Coppola è un valzer platonico e adolescente tra un uomo di cinquant’anni, attore di successo, e una ventenne appena laureata, di una anonima e conturbante bellezza. Si trovano a Tokyo, proprio nel tempio della modernità, lui per fare la pubblicità di un whisky, lei al seguito del giovane marito, sempre via per lavoro. Sono soli e circondati dall’imbecillità del talento tecnologico in un hotel d’avanguardia in cui tutto è il lusso inutile dell’elettronica più avanzata, della comodità superflua, dell’abolizione del libero arbitrio e omologazione dei piaceri e dei fastidi. È così che le tende delle camere s’abbassano, come un inchino orientale, appena il sole vi entra, impedendo altre esigenze che non siano il piacere dell’oscurità. È in questa “Playtime”, quarant’anni dopo, che la Coppola ripesca l’ingenuo e il giovanile, l’amore appena sognato e non dichiarato. E non a caso sceglie Bill Murray, un uomo con la faccia impunita di un bambino che non vuole crescere e Scarlet Johansonn, la cui bellezza non è fatale, né travolgente, ma semplice e immediata. Si incontrano nell’ascensore, si sorridono, poi di nuovo al bar alzano i bicchieri in segno di saluto, e poi ancora di notte in un piano bar deserto, unici insonni e straniati stranieri. La Coppola li segue con grazia e ritmi lenti, come se raccontasse l’amore al «tempo delle mele», l’innamoramento degli adolescenti, che procede per attimi, piccolissimi segnali, sguardi trattenuti e fatalmente contraccambiati, casuali sfioramenti e sorrisi fugati. Non ha fretta, perché non vuole arrivare da nessuna parte, ma solo rompere l’automatismo e il meccanico attraverso il gioco. Ora i due ballano intorno alle loro timidezze. Si sono trovati simpatici e iniziano a perlustrare la città come in un wendersiano “Viaggio a Tokyo”, ma di rincorse e karaoke, sale giochi e feste nottambule. E alla fine in hotel si trovano sdraiati castamente nel letto, uno a fianco all’altro, e i piedi quasi si accarezzano mentre vedono in tv “La dolce vita” di Fellini. Sono, anche se non se ne sono accorti, i protagonisti di un “Breve incontro” alla David Lean. Sono puro cinema, perché proiezione di un desiderio puro e adolescenziale, casto e platonico. Sono l’infanzia del cinema assediato dalla contemporaneità dell’automatismo e dell’omologazione. Ecco: ci sono film, e tutti quelli che amano il cinema ne hanno una lista segreta, che dicono cose, ma solo a noi, che raccontano storie, ma solo per noi, che parlano a tutti, ma sono «nostri». Strana e magica schizofrenia del cinema che, ormai sempre, vuole piacere a tutti ma che qualche volta, e sempre più di rado, si piega su se stesso, si fa «piccolo», pur affrontando temi grandi e da grandi, e arriva a toccare l’individuo, l’intimo, il biografico. Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia, per vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di avere amato un film che non si crede importante, ma solo privato. “Lost in translation” appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l’archetipo dell’infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l’amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo.
l’Unità, Dario Zonta

Grand Hotel – 14.03.2008
Grand Hotel USA 1932 113’
di: Edmund Goulding
con: Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford, Lionel Barrymore, Lewis Stone, Wallace Berry
Gente che va, gente che viene in un grande albergo di Berlino dove sembra che non succeda mai niente. Succedono, invece, molte cose, comiche e drammatiche in intreccio fitto. Dal romanzo (1929) della viennese Vicki Baum una parata di star della M-G-M. Nel suo genere è un classico, sia pur leggermente appassito. I migliori della compagnia sono, forse, i due Barrymore. In un ruolo esiguo G. Garbo lascia il segno. Ebbe l’Oscar per il miglior film. Rifatto nel 1945 con la di di Robert Z. Leonard. Nella riedizione postbellica la voce di G. Garbo è di Anna Proclemer che sostituisce Tina Lattanzi, sua abituale doppiatrice negli anni ‘30.
Il Morandini 2005

Nightmare detective – 29.02.2008
Akumu tantei Giap. 2006 106’
di: Shinya Tsukamoto
con: Ryuhei Matsuda, Hitomi, Masanobu Ando, Shinya Tsukamoto
Keiko Kirishima è un’abile poliziotta appena trasferitasi nel reparto investigativo della polizia di Tokyo. Purtroppo il primo caso non è dei migliori: due casi di suicidio legati tra loro da un’ultima telefonata fatta dalle vittime allo stesso numero di telefono registrato con la lettera “O”. Keiko e il suo collega Wakamiya decidono di chiedere aiuto a un medium, e contattano così Kyolchi, conosciuto anche come “Nightmare detective” per la sua capacità di entrare nei sogni delle persone in procinto di morire. Quando anche Wakamiya muore in seguito alla telefonata fatta, per Keiko comincia un suo personalissimo incubo, che la porterà faccia a faccia con l’assassino… Troppo facile relegare il film di Tsukamoto tra i B-movie presenti nel panorama degli horror nipponici. “Akumu tantei” cerca di penetrare più a fondo nelle conoscenza dello spettatore indagando negli incubi dei suoi personaggi e in quelli della società moderna, troppo distratta nel traffico della vita di tutti i giorni per accorgersi dell’intima sofferenza del singolo individuo. Nella pellicola di Tsukamoto c’è la violenza, quella cruda e “pasticciata” vista in “Tetsuo”, ma anche la solitudine, del tutto metropolitana, di “Snake of June”, e in questi elementi tenta di trovare una via d’uscita, proprio come si cerca un’uscita da un incubo. Una di realizzata utilizzando una telecamera a mano e non una vera camera cinematografica, unita a una fotografia per lo più monocromatica, che alterna colori caldi e freddi con giusta misura semantica, nell’ambito della scena in cui si inserisce, rende il film un interessante esperimento onirico. Davvero efficace la colonna sonora: pregna di pezzi angoscianti dalle influenze punk-rock. Musica che aiuta non poco ad entrare nello spirito del film. Da ascoltare.
Diego Altobelli

Apri gli occhi – 15.02.2008
Abre los ojos Sp.-Fr.-It. 1997 117’
di: Alejandro Amenábar
con: Eduardo Noriega, Penélope Cruz, Chete Lera, Fele Martinez, Najwa Nimri, Gérard Barray
La vita spesso si svolge nel più completi automatismo come alzarsi, lavarsi la faccia, farsi la barba o truccarsi, guardarsi allo specchio e vedersi lievemente trasformati solo qualche ruga in più. L’immagine riflessa é più o meno sempre la stessa, un naso di varie misure due occhi dai diversi colori, una bocca sorridente o imbronciata a seconda della giornata che ci attende, ma ogni lineamento occupa la posizione standard. Di contorno pelle docile e morbida al tatto, tenue e liscia tanto da permettere alle dita di scorrervi sopra come due ruote su una strada appena asfaltata. Ma se un incidente avvenisse su quella strada? lmprovvisamente lo specchio rimanderebbe al destinatario sembianze trasformate: buche, balzelli, sobbalzi su quello che il viso fu, una liscia autostrada ora sfigurata. L’esistenza cambia, gli altri guardano solo per pochi istanti un volto dove gli occhi hanno perso di simmetria e la bocca si confonde con le guance. Si tratta di un film o di un incubo? Unici desideri: risvegliarsi o uscire da quella buia e orribile sala. Improvvisamente trasmigrare in una pellicola struggente, dove le lacrime sgorgano dai visi in maniera irregolare, dove la paura é quella di far paura e la pena e la commiserazione negli occhi del prossimo riportano senza pretese di emulazione a “The Elephant Man” di David Lynch. Nel film altre strane verità intervengono, sovrapponendosi continuamente e il dramma personale diventa una scusa per fuggire dalla realtà: lo spettatore come il protagonista non sanno più se quello che accade sia parte di un sogno o se sia una sorta di realtà virtuale comprata attraverso lnternet. Un’esistenza ricreata sul grande schermo della mente, oppure solo un incubo da cui ci si deve unicamente risvegliare? Nessuno lo sa ma senza dubbio il regista Alejandro Amenàbar, all’età di soli ventisei anni, è davvero abile a tenere lo spettartore teso e sbalordito utilizzando anche semplici e scontate soluzioni. non a caso la storia viene raccontata da un protagonista che ricorda a sprazzi ciò che è accaduto, inoltre è pieno di ansie e ha il terrore di essere l’oggetto di un complotto, come avviene in “The Game” di David Fincher. Oppure tutto quanto è solamente il parto di una fantasia distorta, stanca di una quotidianità gemella della routinaria abitudine (“Il tuo inferno te lo sei creato tu”)?.
Duel, Barbara Frigerio

Solaris – 01.02.2008
Solaris URSS 1971 165’
di: Andrej Tarkovskij
con: Natalja Bondarcuk, Donatas Banionis, Jurij Jarvet, Anatolij Solonicyn, Nikolaj Grin’ko, Vladimir Dvorzeckij
Uno psicosociologo arriva sulla stazione spaziale in orbita attorno al pianeta Solaris per indagare sui misteriosi fenomeni che vi avvengono e che coinvolgono gli scienziati a bordo: su Solaris c’è un oceano che pensa. Dal romanzo (1961) del polacco Stanislaw Lem, eminente fautore della problematica del dubbio nella fantascienza, il 3o film di A. Tarkovskij è un’avventura della coscienza più che della conoscenza, un’opera di fantacoscienza (C. Cosulich) in cui il cosmo corrisponde al subconscio umano: su Solaris gli astronauti sono alle prese con gli “ospiti” del proprio passato, proiezioni materializzate della loro memoria e del loro inconscio. Angoscioso, ossessivo nel suo ritmo lento, enigmatico, il film ha un potere ipnotico che inchioda lo spettatore allo schermo con immagini che non si erano mai viste nel cinema, di fantascienza e non.
Il Morandini 2005
