{"id":2457,"date":"2025-01-06T18:52:03","date_gmt":"2025-01-06T16:52:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.arciecuriel.it\/?p=2457"},"modified":"2025-01-06T18:52:03","modified_gmt":"2025-01-06T16:52:03","slug":"smoke","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arciecuriel.it\/?p=2457","title":{"rendered":"SMOKE"},"content":{"rendered":"\n<p><em>di Wayne Wang e Paul Auster<br>con Harvey Keitel, William Hurt, Forest Whitaker, Stockard Channing, Ashley Judd, Victor Argo<br>USA\u00a0 \u00a01995 \u00a0 100&#8242;<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/smoke.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"683\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/smoke-683x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2458\" srcset=\"https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/smoke-683x1024.jpg 683w, https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/smoke-200x300.jpg 200w, https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/smoke-768x1152.jpg 768w, https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/smoke.jpg 800w\" sizes=\"(max-width: 683px) 100vw, 683px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Come si pu\u00f2 parlare del \u201cSanto patrono della letteratura di Brooklyn\u201d &#8211;&nbsp;cos\u00ec lo chiama il New York Times &#8211;&nbsp;senza sentirsi piccoli a confronto? Paul Auster si \u00e8 spento a New York a 77 anni, indebolito da un cancro ai polmoni per cui si curava da anni. Trentaquattro libri tra cui diciotto romanzi, pubblicati tutti a partire dagli anni Ottanta, tranne le raccolte di poesie. Quelle sono arrivate prima, come un istinto naturale, gi\u00e0 da ragazzo. Gi\u00e0 in vita era considerato fra i pi\u00f9 grandi del postmodernismo, insieme all\u2019amico Don DeLillo, che invitava spesso nel suo salotto di Park Slope, fra le brownstone di Brooklyn, quando ancora non andava di moda attraversare il ponte e perdersi oltre il confine del Dumbo, dove Manhattan non si vede pi\u00f9 nemmeno all\u2019orizzonte. L\u00ec le strade sono ugualmente numerate, ma \u00e8 un mondo diverso rispetto alla 5th Avenue, Central Park o alla stessa Columbia University, dove Auster ha studiato prima di rifugiarsi per diversi anni a Parigi. \u00c8 diverso anche dal Bed-Stuy (quartiere poco pi\u00f9 a nord) raccontato da Spike Lee, negli stessi anni al cinema. \u00c8 un microcosmo di cui Auster diventa il primo e a modo suo unico narratore. \u201cInaffidabile\u201d, come vuole la letteratura postmoderna, perch\u00e9 costantemente coinvolto in ci\u00f2 che racconta. Personaggio interno alle sue stesse narrazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Come parlarne, dunque, come descrivere la portata di ci\u00f2 che \u00e8 stato il suo lavoro, in poche righe? Da grande scrittore qual era, per fortuna, ci aveva gi\u00e0 pensato lui. In un\u2019intervista poi pubblicata in L\u2019arte della fame affermava che le sue storie erano come delle favole. Non lontane dai racconti dei fratelli Grimm o dalle&nbsp;<em>Mille e una notte<\/em>: \u201cNarrazioni scarne, prive di dettagli, in cui tuttavia enormi quantit\u00e0 di informazioni vengono trasmesse in uno spazio molto breve, con pochissime parole\u201d. Lo diceva a proposito dell\u2019adattamento dei suoi scritti in opere cinematografiche (due co-regia, due regie e sei sceneggiature) sottintendendo tuttavia l\u2019impossibilit\u00e0 di trasferire in un\u2019inquadratura tutto ci\u00f2 che le sue parole volevano evocare. \u201cIl testo \u00e8 il trampolino di lancio. La mente riempie poi nei dettagli se stessa, crea le immagini\u201d. Ecco, forse per\u00f2 sono i suoi stessi film a contraddirlo o, almeno, quel grande film che \u00e8&nbsp;<em>Smoke<\/em>&nbsp;(1995), co-diretto da Auster e Wayne Wang e Orso d\u2019argento alla Berlinale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 in parte vero che la narrazione \u00e8 scarna e priva di dettagli.&nbsp;<em>Smoke<\/em>&nbsp;\u00e8 un cinema che non indugia sui volti, non indaga gli spazi, non scava alla ricerca di qualcosa di pi\u00f9. Aleggia intorno ai protagonisti, come il fumo delle loro sigarette e dei loro sigari Schimmelpenninck (i preferiti di Auster). Il suo senso resta nell\u2019invisibile, \u201cnel peso del fumo\u201d che si scopre solo arrivando al mozzicone, quando cio\u00e8 il film, sui titoli di coda cantati da Tom Waits, lascia la sensazione di aver capito qualcosa in pi\u00f9 dell\u2019umanit\u00e0, per essersi fermati ad ascoltarla. Paul, Rashid, Ruby, Cyrus e Auggie, i personaggi di&nbsp;<em>Smoke<\/em>, sono cinque sconosciuti, ognuno con un segreto destinato a tornare a galla. Cinque persone che entrano in contatto per caso e, sempre per caso, vedono le loro vite trasformarsi. Parlano di baseball e di Bachtin, di amore e di morte, di crack e di denaro. L\u2019intero film, tranne le ultime sequenze, \u00e8 ambientato nell\u2019estate del 1990. Poco prima della guerra del Golfo, come si sente in radio. Paul Benjamin, interpretato da William Hurt, \u00e8 dichiaratamente un alter ego di Auster, non solo perch\u00e9 vi si identifica attraverso il nome, gi\u00e0 noto pseudonimo dell\u2019autore, ma perch\u00e9 rappresenta il \u201cnarratore inaffidabile\u201d da lui messo in atto.<\/p>\n\n\n\n<p>Paul cio\u00e8 si intrufola, guida spesso le interazioni degli altri personaggi, indirizza le conversazioni e i loro dialoghi. \u00c8 solo una parte della storia ma al tempo stesso l\u2019occhio onnisciente, \u201cregista\u201d non a caso del ritmo e del movimento del film. Tra i temi ricorrenti di Auster, Paul rappresenta quello della ricerca identitaria, che si traduce nel riflesso continuo della figura narrante all\u2019interno della storia. Il rapporto padre-figlio, altro tema molto caro ad Auster, invece, \u00e8 affrontato tanto nel legame fra Paul e Rashid quanto nei segmenti dedicati a Rashid e Cyrus. Ed \u00e8 curioso che i due attori che interpretano questi ultimi, Harold Perrineau e Forest Whitaker, siano in realt\u00e0 coetanei. In modo inconscio rappresentano gi\u00e0 una genitorialit\u00e0 impossibile, una relazione sbilanciata o forse del tutto inesistente. Elemento autobiografico, questo, su cui Auster si \u00e8 spesso interrogato anche in altre opere, come Il libro delle illusioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli unici personaggi che sembrano sfuggire al controllo di Paul sono Ruby (Stockard Channing) e Auggie (Harvey Keitel). Ruby resta un mistero, svanisce cos\u00ec come arriva e sconvolge per un breve momento la vita dell\u2019imperturbabile uomo, tabaccaio di quartiere con una particolare passione per la fotografia. Pi\u00f9 che un hobby, la sua \u00e8 una filosofia di vita, un altro modo di guardare il mondo trasformarsi. In un certo senso \u00e8 anche metafora del cinema stesso o della cultura delle immagini. Tutti gli scatti, apparentemente identici del suo \u201cangolo di mondo\u201d, infatti, immortalano l\u2019esterno della tabaccheria allo stesso orario, ogni giorno. Servono a incontrare e conoscere casualmente gli abitanti del quartiere, tanto quanto serve imparare a memoria la marca di sigari che fumano o il numero di pacchetti che comprano ogni giorno. Sono diversi, piccoli, dettagli che fanno di Auggie un osservatore e quindi narratore di talento, come nota Paul, che proprio ascoltando una sua storia, messa in scena nel finale, si ispira &#8211;&nbsp;a ritroso &#8211;&nbsp;per l\u2019intero film appena visto.<\/p>\n\n\n\n<p>In un continuo gioco di specchi,&nbsp;<em>Smoke<\/em>, infatti, \u00e8 l\u2019adattamento del vero racconto pubblicato da Auster nel Natale del 1990 sul New York Times e citato all\u2019interno del film.&nbsp;<em>Il racconto di Natale di Auggie Wren<\/em>, questo il titolo, \u00e8 poi messo in scena brevemente alla fine, raddoppiato dopo la descrizione orale del personaggio di Keitel. \u00c8 in questo finale che, ancora oggi a distanza di quasi trent\u2019anni, si percepisce la forza della scrittura di Auster. Nel modo in cui ogni spettatore immagina la scena nella sua mente, guardando soltanto il primo piano sempre pi\u00f9 stretto di Auggie e i rivoli di fumo dei Schimmelpenninck. E come invece, poi, la regia la mette in scena. \u201cNarrazioni scarne\u201d s\u00ec, ma enormi e soprattutto indimenticabili \u201cquantit\u00e0 di informazioni\u201d, di nuovo, appunto.<\/p>\n\n\n\n<p><em>The Hollywood Reporter, Valeria&nbsp;<\/em><em>Verbaro<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Wayne Wang e Paul Austercon Harvey Keitel, William Hurt, Forest Whitaker, Stockard Channing, Ashley Judd, Victor ArgoUSA\u00a0 \u00a01995 \u00a0 100&#8242; Come si pu\u00f2 parlare del \u201cSanto patrono della letteratura di Brooklyn\u201d &#8211;&nbsp;cos\u00ec lo chiama il New York Times &#8211;&nbsp;senza sentirsi piccoli a confronto? 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