{"id":2387,"date":"2024-03-01T22:43:00","date_gmt":"2024-03-01T20:43:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.arciecuriel.it\/?p=2387"},"modified":"2024-02-27T18:44:05","modified_gmt":"2024-02-27T16:44:05","slug":"yorgos-lanthimos-il-piacere-dellimbarazzovenerdi-8-marzo-2024-ore-20-45","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arciecuriel.it\/?p=2387","title":{"rendered":"Yorgos Lanthimos, il piacere dell\u2019imbarazzo<br>VENERDI\u2019 8 MARZO 2024 ore 20.45"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO<\/strong><br><em><strong>The Killing of a Sacred Deer<\/strong><br>di\u00a0Yorgos Lanthimos<br>con\u00a0Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp, Denise Dal Vera, Barry G. Bernson, Herb Caillouet, Drew Logan, Michael Trester, Ming Wang<br>Gran Bretagna\/USA\u00a0\u00a0 2017\u00a0 109&#8242;<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/cervo.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"717\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/cervo-717x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2388\" srcset=\"https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/cervo-717x1024.jpg 717w, https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/cervo-210x300.jpg 210w, https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/cervo-768x1097.jpg 768w, https:\/\/www.arciecuriel.it\/wp-content\/uploads\/2024\/02\/cervo.jpg 840w\" sizes=\"(max-width: 717px) 100vw, 717px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Se <em>Il sacrificio del cervo sacro<\/em>, da pochi giorni in sala, fosse il primo film che si vede di Yorgos Lanthimos forse per qualcuno potrebbe anche essere l\u2019ultimo: molte scene e situazioni sembrano inventate apposta per confondere e provocare, come se la sceneggiatura (scritta, come sempre, assieme a Efthymis Filippou) e la regia perseguissero un progetto di inversa proporzionalit\u00e0 tra la riduzione al minimo delle emozioni mostrate dentro il racconto e, dalla parte opposta dello schermo, la quantit\u00e0 continua di reazioni previste all\u2019esterno. Il perturbante, nel cinema di Lanthimos, non \u00e8 una situazione portata alla luce drammaturgicamente, o articolata in parole, e nemmeno \u00e8 un fatto interno, una condizione celata in pectore, quanto piuttosto un elemento completamente estrovertito, messo alla massima distanza dall\u2019analisi e dal linguaggio verbale, per essere trasformato in situazione visuale estrema, come un cuore che pulsa a vista, da un torace aperto da un bisturi, e buttato addosso allo spettatore.<br><br>Chi guardasse Il sacrificio del cervo sacro scoprendo il suo regista soltanto adesso, potr\u00e0 dunque sconcertarsi, divertirsi, appassionarsi, stabilire di aver incontrato uno degli sguardi pi\u00f9 significativi e innovatori del cinema contemporaneo; oppure, viceversa, potr\u00e0 decidere di farla finita, una volta per sempre, con un cinema cos\u00ec assurdo, surreale, ora perfino comico, ora fastidioso. Volendo usare una sola parola: incomprensibile. Volendo usarne qualcuna in pi\u00f9: che chiede di essere visto mentre si capisce, nel senso di contenere, un\u2019esperienza di incomprensione &#8211; perci\u00f2, qui, diremo meno possibile della trama.<br><br>D\u2019altra parte, malgrado il finale aperto e il rifiuto di una storia a soluzione unica siano nuclei forti della poetica di Lanthimos, se consideriamo questo suo ultimo film rimettendolo accanto ai quattro lungometraggi che lo hanno preceduto, ecco che per molti aspetti <em>Il sacrificio del cervo sacro<\/em> smetter\u00e0 di sembrarci cos\u00ec strano, per formulare, invece, due domande cruciali che tutti i film di Lanthimos sembrano comporre, e riproporre, con la coerenza e la consapevolezza autoriale che si incontrano quando siamo di fronte a quella che, a tutti gli effetti, ormai si staglia come un\u2019opera complessiva.<br><br>La prima questione attorno alla quale gravita la filmografia di Lanthimos, infatti, pu\u00f2 essere sinteticamente fissata cos\u00ec: come rielaborare la perdita, una morte di solito, dentro un sistema di vita all\u2019interno del quale \u00e8 completamente sparito il referente che, nella tragedia greca, per esempio, garantiva la rielaborazione del trauma, vale a dire l\u2019orizzonte extraindividuale della giustizia riconosciuta da una comunit\u00e0 &#8211; e che nei drammi antichi era impersonato dal coro. Tutti i film di Lanthimos allestiscono scenari distopici e paradossali che continuamente parlano di morti e di perdite. Anche le straordinarie locandine originali dei suoi lavori preparate da Vasilis Marmatakis raffigurano sempre immagini dove manca qualcosa.<br><br>Perdite, mancanze, uccisioni vengono simulate, riportate in scena da singole persone o pi\u00f9 spesso ristretti gruppi o nuclei famigliari, che agiscono in una situazione di solitudine e di scollamento assoluto da ogni principio di socialit\u00e0 o da ogni rimando a una possibile coscienza collettiva che possa favorire, come accade nei riti, una rielaborazione comune dei fatti. <em>Kinetta<\/em>, <em>Dogtooth<\/em>, <em>Alps<\/em>, <em>The Lobster<\/em> e <em>Il sacrificio del cervo sacro<\/em> evocano tutti, senza dirla o pensarla, ma servendosi del paradosso per mostrarla in assenza, questa sorta di postumanit\u00e0 dopo la catastrofe. \u00a0<br><br>I personaggi, infatti, agiscono attraverso simulazioni e esperimenti che cercano di riprodurre fittiziamente, o di sostituire fittiziamente, una morte. Accade in <em>Kinetta<\/em>, dove un poliziotto e un fotografo, assieme alla cameriera di un resort, rimettono in scena dei delitti; in <em>Dogtooth<\/em>, dove un padre e una madre tengono i figli prigionieri, da sempre, in una casa bunker, illudendosi di tenerli al riparo dal mondo e evocando via via la morte di un quarto fratello; in <em>Alps<\/em>, dove un paramedico, un&#8217;infermiera, un\u2019atleta di ginnastica artistica e il suo allenatore hanno messo su un gruppo che sostituisce a pagamento persone appena morte, per aiutare parenti e amici a superare il dolore della perdita; ancora, succede in <em>The Lobster<\/em>, il primo film internazionale di Lanthimos, dove i protagonisti, se sono o sono tornati a essere single, hanno quarantacinque giorni di tempo per riformare una coppia, o saranno trasformati in un animale a loro scelta.<br><br>Ma se questa continua tensione alla ricomposizione di un paesaggio, di una storia, di un corpo o di una relazione frantumati da una perdita avviene dentro un mondo che ha perso ogni contatto con gli altri (che esistono soltanto nella forma di relazioni famigliari o di aggregazioni coatte), ecco che arriva la seconda domanda tracciata insistentemente dal cinema di Lanthimos, anche a costo di esplorare i percorsi pi\u00f9 grotteschi, che disegnano grandi spazi angoscianti, colmi di solitudine, dove rimbomba a vuoto, dentro la vertigine cercata dalle inquadrature dal basso, sfalsate e deformanti, nella messa in quadro di spazi grandangolari fatti per creare prospettive soffocanti, o, ancora, nelle riprese dall\u2019alto, con un effetto di caduta libera, una domanda che ha smarrito senso e destinatario e che ci\u00f2 nonostante ci viene ributtata addosso in continuazione: dove pu\u00f2 esistere, dove si pu\u00f2 ritrovare l\u2019umanit\u00e0, una volta che la la catastrofe si \u00e8 compiuta?<br><br>Usando in ciascun film soluzioni di taglio che sembrano infilarci assurdamente, a caso, dentro il racconto, le risposte di <em>Kinetta<\/em>, <em>Dogtooth<\/em>, <em>Alps<\/em>, <em>The Lobster<\/em>, <em>Il sacrificio del cervo sacro<\/em>, sono le pi\u00f9 paradossali, perch\u00e9 \u00e8 come se lasciassero svolgere una situazione di perdita ormai consumata, ma che, proprio per questo, continua a esistere come feticcio, attraverso una relazione arbitraria e impazzita \u2013 in senso sonoro, visivo, simbolico e linguistico &#8211; tra significati e significanti. Ogni volta si riprendono grandi archetipi del mito greco (la metamorfosi, la struttura a inchiesta, il sacrificio) che sono fatti esplodere, o usati per preparare un\u2019enfasi subito dopo sgonfiata nel grottesco, usando la musica classica (lo Stabat Mater di Schubert nel <em>Sacrificio<\/em>, i Carmina Burana di Orff in <em>Alps<\/em>) per creare effetti di rimbombo acustico e visivo dentro spazi del tutto inattesi. Sembra quasi di procedere alla cieca, come Edipo, senza riuscire a concludere. Il trauma \u00e8 presente, ma \u00e8 scarnificato, sedato: da una drammaturgia surreale, da una recitazione algida, da immagini sfocate (nei primi lavori), o da inquadrature a strapiombo che procurano vertigine, smarrimento e fastidio, come nel <em>Sacrificio del cervo sacro<\/em>.<br><br>Lo spettatore \u00e8 ammutolito dalla visione, per via di carrellate tanto pi\u00f9 lente quanto pi\u00f9 sono colme di una tensione tanto pi\u00f9 presente quanto meno \u00e8 nominata. Si rimane agghiacciati dalla recitazione portata fino ai bordi dell\u2019afasia, specialmente nell\u2019ultimo film, attraverso i protagonisti, e in particolar modo Anna\/Nicole Kidman, che per far sesso con il marito (sono entrambi medici) \u201cgioca\u201d a fare un corpo che ha perduto i sensi (e le emozioni) per l\u2019anestesia:<br><br>Proprio il personaggio interpretato da Kidman, tra l\u2019altro, pu\u00f2 essere utile a riflettere meglio sulla regia de <em>Il sacrificio del cervo sacro<\/em>. Lanthimos ha preso l\u2019attrice che pi\u00f9 di tutte sa lavorare sulle corde dell\u2019orgoglio altezzoso, quasi divino, per letteralizzare questa personale risorsa, portandola per\u00f2 fino ai bordi del grottesco, e renderla, proprio da questa strada, straordinariamente intensa e autentica proprio per quanto \u00e8 finta. Anna, che entra in scena a una bella tavola di famiglia, distrattamente impegnata nel pensiero di nuovi divani per la sua clinica, nel corso del film diventer\u00e0 infatti la maschera nuda perfetta di un dolore materno tanto pi\u00f9 intenso quanto pi\u00f9 scarnificato e asettico.<br><br>Suo marito, Steven Murphy (Colin Farrell) \u00e8 un rinomato cardiochirurgo; hanno due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic). Nelle prime sequenze di Il sacrificio del cervo sacro non sono chiare le ragioni della misteriosa relazione che Steven intrattiene anche con un altro ragazzino un po\u2019 pi\u00f9 grande: Martin (Barry Keoghan), figlio, come si scoprir\u00e0 pi\u00f9 avanti, di un uomo morto per cause che probabilmente coinvolgono la responsabilit\u00e0 di Steven; e che scateneranno, nella seconda parte del film, una sequenza parossistica di gravi disturbi psicosomatici in Bob e Kim, che solo una scelta dolorosa da parte di Bob potr\u00e0 interrompere. <em>Il sacrificio del cervo sacro<\/em> riprende, nei temi e nella struttura, alcuni grandi archetipi dei miti greci: il motivo del capro espiatorio, o delle colpe dei padri che ricadono sui figli, il sacrificio, la vicenda della tragedia <em>Ifigenia in Aulide<\/em>, di Euripide.<br><br>C\u2019\u00e8 il rischio del cinismo, in questo ultimo film forse pi\u00f9 che altrove. Il secondo lavoro internazionale di Lanthimos contiene la possibilit\u00e0 e l\u2019insidia che la cultura dei miti greci sia schiacciata, attraverso la trasformazione del perturbante in elemento puramente scenico e visuale, in un repertorio for dummies, in una pura operazione di divertimento che alla lunga potrebbe inaridirsi. Ma, almeno per adesso, \u00e8 soltanto un rischio.<br><br><em>Doppiozero, Daniela Brogi<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL SACRIFICIO DEL CERVO SACROThe Killing of a Sacred Deerdi\u00a0Yorgos Lanthimoscon\u00a0Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp, Denise Dal Vera, Barry G. 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