Ostia – 30.01.2009 ore 20.30
venerdì 23 gennaio 2009, 23:58
Filed under: Cinemapiù 26,Video

Italia 1970 103’
di: Sergio Citti
con: Franco Citti, Laurent Terzieff, Anita Sanders, Ninetto Davoli, Lamberto Maggiorani

Quello di Ostia è un caso. Ma si sa che anche i casi hanno le loro patenti, il loro codice: la possibilità di essere riconosciutie catalogati come casi. Ciò non avviene per il caso del regista Sergio Citti. Finora che un regista venisse direttamente a un mondo popolare non operaio, non era mai accaduto: quindi si tratta di un caso anche rispetto ai casi. E vero, si sono avuti dei sottoproletari-piccolo borghesi che hanno scritto libri o dipinto: ma per essi la catalogazione era pronta: erano dei «naif». Dichiarando «naif» un dilettante, dotato di talento, e proveniente da una cultura non borghese, tutto va a posto: compresa la coscienza (per sua natura razzista) dei professionisti borghesi. Invece no: Sergio Cittì non è un «natf». Qualche critico ha azzardato a dire che Ostia è un po’ un ex voto: ma l’ha detto a mezza voce, senza convinzione.

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C’è nel film l’oleografia di un Diavolo-pipistrello che porta sul suo groppone una ragazza bionda che sta lì a fare da spia e Sergio Cittì era ben cosciente di rappresentare almeno uno dei suoi personaggi (la Donna-demonio) come un personaggio da ex voto. E questo elemento «voluto», di carattere manieristico popolare, si inserisce, contaminandosi, con il realismo degli altri personaggi (i due fratelli e i loro amici). È questa contaminazione che è indefinibile. E fa sì che Ostia sia un’affabulazione nata da esperienze profonde e atroci dell’Autore (anche autobiografiche: come l’episodio della pecora Rosina), e da una sua volontà «demoniaca» di liberarsene attraverso l’ironia: che non potendo essere di qualità borghese non ottiene gli effetti che di solito l’ironia ottiene. Infatti le psicologie dei personaggi e il loro rapporto con l’ambiente sono tutte perfette, e prive di deformazioni. L’unica deformazione è quella metafisica del Maligno: che contamina dunque la forma del film, non il suo spirito. Ma, ancora una volta, i caratteri non sono quelli consueti della deformazione metafisica: perché Sergio Cittì non è un borghese spiritualista. Egli non crede in niente. La demonicità della donna è una sua ossessione privata che non ha doppifondi spiritualistici o religiosi: resta inerte e ontologica. Sergio Cittì, non è dunque un «naif» perché è del tutto cosciente della sua operazione formale: tuttavia porta da un mondo sottoproletario, imparlabile dalla cultura borghese, alcuni lacerti di sentimenti allo stato puro: e cioè getta sulla sua opera una luce sconosciuta di mistero non cercato: e dà nel tempo stesso all’opera una completezza e un’esaustività di quel certo reale che vuole esprimere – come ben raramente succede anche nei migliori film di autore.
Pier Paolo Pasolini, da Un film di Sergio Citti, «Ostia», Garzanti Milano 1970

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